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Numero 476
del 22/05/2012
Le anomalie del «capitalismo» cinese PDF Stampa E-mail
! di Marco Respinti
respinti@ragionpolitica.it
  
giovedì 20 gennaio 2011

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Tony Karon scrive sull'autorevole Time che, in tempi di crisi finanziaria globale, la Cina sta gestendo il capitalismo meglio per esempio degli Stati Uniti d'America. E aggiunge che Pechino si prepara a gestire meglio pure le sfide del futuro. Ora, ci vuole del coraggio ad affermarlo fidandosi del parere di Francis Fukuyama, l'uomo che nella vita non ha azzeccato una previsione che fosse una e che proprio sul «futuro» preconizzò una «fine della storia» che ci avrebbe tutti lasciati stagnare in uno status quo senza più né arte né parte, in cui avrebbe trionfato il «liberalismo» (virgolette de rigueur, visto che il termine oramai sembra non significare più alcunché, giacché lo si è preso per dire tutto e il contrario di tutto, a destra così come a sinistra). Tralascio, quindi, per gli stessi motivi, di metter per iscritto i dubbi circa il qualificare Fukuyama come «storico» e l'aggettivarlo (visto che nemmeno a lui va giù l'idea) come «neoconservatore». Resta il fatto che la Cina surclasserebbe tutti quanto a capitalismo. Sarà... Lasciamo ai professionisti dell'economia il giudizio (per esempio al bravo Gianfranco Fabi. Vale però almeno la pena di ricordare qualche cosetta.

  • Per esempio che il «capitalismo» cinese si regge su uno Stato padrone di tutto.
  • Per esempio che il «capitalismo» cinese si alimenta con un partito che occupa interamente lo Stato padrone di tutto.
  • Per esempio che il «capitalismo» cinese si alimenta con un partito che occupa interamente lo Stato padrone di tutto e che quel partito è quello comunista, ancora comunista, il quale ha preso le distanze da un certo passato ma non abbastanza e mai fino in fondo.
  • Per esempio che il «capitalismo» cinese è l'unico esempio di perestrojka riuscita, cioè di ristrutturazione del comunismo stesso, ideata e implementata per sopravvivere senza soccombere al fallimento storico del marxismo-leninismo, la cosa che invece non riuscì all'Unione Sovietica di Mikhail S. Gorbacëv.  
  • Per esempio che il «capitalismo» cinese prevede una disparità enorme fra (alcune) città-vetrina, dove il governo concede la possibilità ad alcuni (a quale prezzo?) di gestire qualche business, e la sterminata provincia dove spesso sembra di essere ancora all'età della pietra.
  • Per esempio che il «capitalismo» cinese sta in piedi anche grazie alla manovalanza gratuita fornita dai campi di lavoro forzato dove accade di tutto, vale a dire il famigerato arcipelago laogai di cui non si conosce il numero esatto (più di mille certamente) né l'esatta popolazione carceraria (milioni di persone), ovvero veri e propri schiavi che producono quelle merci a bassissimo costo che in Occidente comperiamo piuttosto disinvoltamente, ma che costano lacrime e sangue a troppi.
  • Per esempio che il «capitalismo» cinese fiorisce anche grazie al mercato degli organi per trapianti tolti ai cadaveri dei condannati a morte per reati «politici», i quali sono circa 8 mila l'anno, e senza che mai si vedano manifestazioni di pacifisti a protestare per le strade, e comunque più o meno sempre in numero di reni, fegati, cornee e così via di cui c'è bisogno; tutta gente che viene ammazzata con perizia chirurgica onde non danneggiare gli organi utili a scopo di lucro.
  • Per esempio che il «capitalismo» cinese non conosce la certezza del diritto e le leggi sono dello Stato-governo-partito (comunista).
  • Per esempio che il «capitalismo» cinese non riconosce la libertà delle persone, a cui viene imposto ancora e sempre, se si sposano e figliano, l'aborto obbligatorio di Stato, pena vessazioni enormi, dopo il primogenito, con ammanco gigantesco di cittadini, lavoratori veri e proprietari, e se poi capita che un figlio sia concepito femmina, peggio ancora, ma poi mancano le donne-mogli-madri che allora via a razziarle dai Paesi vicini.
  • Per esempio che il «capitalismo» cinese sta acquisendo sulle proprie spalle, anzi su quelle degli schiavi dei laogai e dei morti «controrivoluzionari» ammazzati, il debito pubblico di Paesi interi, cioè se li sta comperando, già essendo l'arbitro decisivo di alcuni scenari mondiali.
  • Per esempio, insomma, che il «capitalismo» cinese ignora tutte le regole base del capitalismo, entrando da comprimario dentro il gioco dei grandi del mondo mediante violazione sistematica di ogni e qualunque norma di accesso, selezione e ingresso. Come se uno vincesse lo scudetto del campionato di calcio avendo eliminato tutti gli avversari con le regole del rugby.

Capitalismo? Ditelo agli ultimi vessilliferi della Quarta Internazionale trotzkista-spartachista, che orgogliosamente rifiutano l'«accusa» rivendicando ancora e sempre al marxismo-lenisnimo la Repubblica Popolare Cinese. Per loro, scrivono, la Cina non è il luogo dove certe riforme di mercato hanno reintrodotto il capitalismo, ma «resta ciò che è sempre stata dal 1949». Ovvero uno «Stato operaio» ancorché «deformato» da una «casta burocratica stalinista e nazionalista», il torto del burocratismo stalinista essendo per loro quello di essere un po' «fascista». Per questo il paradiso cinese dei lavoratori vale comunque la «difesa militare incondizionata» da parte dei veri comunisti. Fatta la tara del linguaggio iperbolico di soggetti che non hanno mai fatto i conti con la realtà, spiace davvero essere d'accordo con la «riserva indiana» del comunismo mondiale.




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