È passata sottotraccia nel bailamme mediatico di questi giorni sulle solite incursioni della magistratura milanese tra le lenzuola della politica. Eppure la legge sull'etichettatura d'origine rappresenta una tappa importantissima nella tutela dell'agroalimentare made in italy: un patrimonio - è bene ricordarlo - che rappresenta il 15% del Pil italiano. Il provvedimento, approvato dalle Commissioni agricoltura in sede legislativa, stabilisce per tutti i prodotti l'obbligo di tracciabilità dell'origine in tutte le fasi della lavorazione. Il consumatore potrà così conoscere non soltanto dove è avvenuta la trasformazione finale del prodotto, ma anche da dove esattamente provengono le materie prime coinvolte nel processo produttivo. In Italia le etichette di origine erano già previste per legge per uova, latte fresco, carne bovina, carne di pollo, passata di pomodoro, olio extra vergine di oliva e miele.
Adesso tutto quello che gli italiani porteranno in tavola dovrà indicare sulla confezione il luogo di origine o provenienza e anche l'eventuale utilizzazione di organismi geneticamente modificati (Ogm), in qualunque fase della catena alimentare, dal luogo di produzione iniziale fino al consumo finale. Alla legge seguiranno i decreti attuativi che dovranno, filiera per filiera, regolamentare i criteri di etichettatura. S'inizierà con la carne suina e il settore lattiero-caseario, e la scelta non è casuale. Entrambi i comparti sono sotto attacco da parte dell'agropirateria e sono stati recentemente al centro di scandali in Germania, dalla diossina negli allevamenti suini alla mozzarella blu. E proprio in Europa l'Italia dovrà ora giocarsi la partita decisiva. Bruxelles, infatti, manifesta un atteggiamento sempre più pruriginoso rispetto alla tutela della qualità alimentare, obiettando la salvaguardia della libera circolazione delle merci. Principio sacrosanto, che però non dovrebbe impedire ai consumatori di conoscere l'esatta provenienza di ciò che mangiano. Il testo non punta soltanto alla tutela della salute, ma anche alla salvaguardia delle specificità della nostra produzione. Secondo la Confederazione italiana agricoltori (Cia) la contraffazione nell'agroalimentare provoca infatti ogni anno al made in italy un danno da almeno 3 miliardi di euro. Urge correre ai ripari, dunque, per difendere imprese, lavoro ma anche una cultura enogastronomica che il mondo c'invidia e che, con l'ascesa dei Paesi emergenti, può offrire ottimi sentieri di sviluppo all'export nazionale. Condividi questo articolo      
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