A chi ha giovato la visita di Stato del presidente cinese Hu Jintao negli Usa? Gli Stati Uniti avevano alcuni obiettivi da raggiungere, già annunciati prima dell’inizio della visita: spingere la Cina ad adottare una politica monetaria più di mercato e ricordare all’élite di Pechino che esistono dei diritti umani da rispettare. Il primo si inquadra nell’ormai decennale «guerra valutaria» fra Usa e Cina. Il secondo serve soprattutto all’immagine dell’amministrazione Obama, per far capire all’opinione pubblica che non si è dimenticata del tema «diritti umani». Soprattutto dopo la visita del presidente in Asia dove l’argomento non era nemmeno inserito in agenda. E dopo che l’assegnazione del Nobel a Liu Xiaobo ha riportato la repressione in Cina all’attenzione di tutto il mondo, non si esagera se si afferma che nessuno dei due obiettivi è stato raggiunto.
La Cina ha imparato a rispondere in modo diverso alle critiche degli Stati Uniti, soprattutto da quando ha a che fare con Barack H. Obama e non più con George W. Bush. L’atteggiamento di Obama, nei confronti dell’interlocutore, è lo stesso che ha assunto con la Russia: la Cina riconosca i diritti umani, per non continuare ad essere un’eccezione nel mondo. E’ un esercizio di «soft power»: persuadere l’interlocutore che una sua riforma desiderata dagli Usa sia di reciproco beneficio. Lo si legge chiaramente in queste dichiarazioni: l’importante visita di Hu Jintao a Washington servirà per dimostrare «una semplice verità: noi abbiamo moltissimo da guadagnare dal reciproco successo in un mondo sempre più interconnesso. Le nazioni saranno sempre più prospere e sicure quando lavoreremo insieme. La Storia insegna che le società sono più armoniose, che prosperano di più e che il mondo è più giusto quando i diritti e le responsabilità di tutti i Paesi e di tutte le persone sono rispettati».
A un interlocutore che non parla nel nome di principi granitici, ma di opportunità, Hu non ha risposto con la logica del muro-contro-muro, ma con quella del muro-di-gomma. Lo yuan è svalutato? Ma noi lo stiamo già rivalutando. E come dire di no? Se si guarda al rapporto yuan-dollaro, si noterà un continuo apprezzamento del primo rispetto al secondo, non solo nei giorni del summit, ma in tutto l’ultimo trimestre. In un negoziato su temi economici, la Cina ha il vantaggio della sua crescita eccezionale. In un mondo in recessione, il suo Pil cresce del 10,3% e supera il Giappone, piazzandosi al secondo posto nelle economie del mondo. Gli Usa, ancora al primo posto, sono in continua recessione dal 2008. E Hu può permettersi di trattare da una posizione di forza, anche sugli scambi commerciali. Nonostante qualche accordo raggiunto sulle esportazioni Usa in Cina, il mercato resta a senso unico: Pechino incentiva la vendita dei suoi prodotti nel mercato globale, ma resta rigidamente protezionista nei confronti di tutti i prodotti e servizi stranieri. Stesso discorso per i diritti umani. Non sono rispettati? Gradualmente li rispetteremo sempre di più. Anzi: «ci impegneremo a rispettarli», come ha sottolineato Hu. Un impegno senza garanzie non costa nulla. Su temi che riguardano di più la sicurezza del Pacifico, invece, la Cina parla sempre il solito linguaggio: sia Taiwan che il Tibet, infatti, «sono problemi che riguardano la sovranità e l’integrità territoriale della Cina. Rispettatele. La storia dei rapporti Usa-Cina dimostra che le nostre relazioni progrediscono quando c’è rispetto reciproco». Rispetto reciproco. Che vuol dire: non rispettare i diritti umani. E continuare a minacciare Taiwan di invasione.
Il punto più dolente delle relazioni Usa-Cina, in realtà, è proprio quello di cui si è parlato meno: i rapporti di forza militari. Gli Usa in crisi cancellano programmi dopo programmi. Giusto per ricordare le tappe principali di questo percorso: nel corso del 2010 la Cina ha effettuato 15 lanci di satelliti, raggiungendo il numero di lanci statunitensi; l’aviazione della Repubblica Popolare ha varato il nuovo J-20, mentre gli Usa cancellano l’F-35 e fermano la produzione dell’F-22; la marina cinese si è dotata della nuova classe di sommergibile lanciamissili balistici Jin, in grado di minacciare direttamente tutto il territorio degli Stati Uniti, in caso di guerra; infine l’Esercito Popolare sta affinando da sette anni la sua strategia e i suoi mezzi per la guerra cibernetica. Le incursione nel servizio mail di Google e il braccio di ferro con Yahoo sono solo l’antipasto di quel che la Cina potrebbe fare in caso di guerra. A chi ha giovato la visita, insomma? Non agli Usa, sicuramente. Perché l’amministrazione Obama non è riuscita ad ottenere nulla di sostanzialmente nuovo. E’ giovato alla Cina? Sì, se non altro sul piano dell’immagine. Il presidente cinese è stato negli Usa, in visita ufficiale, ed è stato lui a dettare l’agenda e porre le condizioni.
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