Disse Göethe che «scrivere la storia è un modo come un altro di liberarsi del passato». Ad oggi non sappiamo se la riforma dell'università di recente approvazione sarà capace di resistere alla forza erosiva dei tempi e di permanere negli annali degli storici. Quello che sappiamo, invece, è che questo Esecuivo sta mettendo in campo tutti gli sforzi necessari a liberarsi di un passato triste e, a tratti, indegno per l'università italiana.
L'ultimo intervento, in ordine di tempo, è stato il primo decreto attuativo della riforma approvata a fine dicembre. Che il Governo faccia sul serio si comprende anche solo dalla tempistica: per emanare il decreto, infatti, la legge prevedeva novanta giorni di tempo, ma si è deciso di presentarlo già nel primo Consiglio dei Ministri dopo le festività natalizie. Il decreto contiene il nuovo regolamento sul reclutamento dei docenti universitari e si prefigge l'ambizioso obiettivo di far scorrere i titoli di coda sui concorsi truccati e non rispettosi dei più basilari principi meritocratici.
Il regolamento s'incentra sull'abilitazione scientifica nazionale, la quale diventa condicio sine qua non per l'inizio di una carriera da docente e che verrà conferita in base a criteri qualitativi da un commissione nazionale dedicata, che ogni anno da ottobre a marzo avvierà le procedure per l'abilitazione. Queste si baseranno, come detto, su commissioni nazionali composte da cinque studiosi d'eccellenza, tra i quali, novità assoluta, uno straniero o un «cervello in fuga». I commissari non saranno più eletti sulla base di compromessi interni di dubbia natura, ma verranno sorteggiati tra tutti i migliori curricula presentati, al fine di garantire il massimo di trasparenza possibile ed evitare possibili forme patologiche. L'attribuzione dell'abilitazione, che avrà valenza quadriennale, sarà a numero aperto e avverrà sulla base di precisi parametri qualitativi, stabiliti di comune accordo tra Ministero, Anvur e Cun.
I posti saranno successivamente attribuiti dalle singole università con pubbliche chiamate, alle quali potranno rispondere solo gli abilitati e i docenti stranieri di pari livello. Il Ministro Gelmini ha fatto sapere che due successivi decreti ministeriali completeranno il quadro delle misure necessarie per la messa a regime del nuovo sistema. Il primo servirà ad accorpare e dimezzare i settori concorsuali, che passeranno da 370 a 190, mentre il secondo specificherà, per la prima volta nel nostro Paese, i requisiti di qualificazione scientifica indispensabili per ciascuna area disciplinare per commissari e candidati.
Contemporaneamente il Governo ha dato l'assenso alla nomina dei sette componenti del consiglio direttivo dell'Anvur, che dovrà, però, essere ufficializzata dal presidente della Repubblica dopo il via libera delle commissioni parlamentari. L'Anvur (Agenzia nazionale per la valutazione dell'università e della ricerca) è al centro del progetto riformatore del ministro Gelmini. Servirà a valutare la qualità degli atenei e degli enti di ricerca e, sulla base dei risultati certificati, a distribuire una parte del Fondo di finanziamento ordinario alle Università migliori.
Dal punto di vista politico, questo primo decreto, alla fine saranno una quarantina, palesa la volontà del Governo di andare avanti nella realizzazione di quel programma di riforme necessario per il rilancio dell'Italia. Dimostra, inoltre, l'assoluta certezza che l'agenda politica non possa coincidere con quella dei Pubblici Ministeri né tantomeno essere dettata da riviste di gossip. In tempi di scandali fittizi e polemiche pretestuose, è un evento di chiara rilevanza storica la fine dell'Ancien Regime dei baroni e l'inizio della Belle Epoque del merito e della trasparenza.
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