Una foschia torbida appesta l'aria mentre decine di corpi giacciono, esangui, sul pavimento disseminato di bagagli sventrati dall'esplosione. Un tappeto di schegge di vetro e minuscoli frammenti ricopre tutto come una leggera pellicola. Urla, rumore di passi in fuga, poi i servizi di sicurezza si precipitano sul luogo dell'attentato, accompagnati dal suono delle sirene, che seminano panico nel richiamare i soccorsi
Fa venire i brividi lo scenario mostrato dai video diffusi dai telefonini, a testimoniare gli attimi tremendi dell'esplosione nell'aeroporto Domodedovo di Mosca. 35 morti e più di 150 feriti sono il bilancio attuale e incerto di questa nuova tragedia nel principale hub di passeggeri moscovita. Medvedev ha subito dichiarato lo stato di allerta e indetto una riunione di emergenza dei vertici del Cremlino per discutere sui possibili responsabili dell'esplosione, ancora non rivendicata da nessuno. Eppure, i sospetti maggiori ricadono sulle cellule terroristiche del Nord Caucaso. Risulterebbe, infatti, difficile condurre un simile attacco senza una previa forma di organizzazione. Lo stesso Medvedev ha affermato che «sulla base della collocazione della bomba e di altre prove indirette, è chiaro che si trattava di un atto terroristico ben pianificato, che puntava a uccidere quante più persone possibile. Quello che è accaduto dimostra che c'erano dei punti deboli nel sistema di sicurezza. Non è facile trasportare inosservati un così vasto quantitativo di esplosivo». Terroristi, dunque, probabilmente provenienti dal calderone ribollente che accomuna Cecenia, Inguscezia e Dagestan. Nuclei armati sopravvissuti alle due estenuanti guerre che rasero al suolo Grozny, e ritornati in azione forse per velleità indipendentiste, forse per una sorta di irredentismo transcaucasico contro l'oppressione russa o semplicemente in ossequio alla vocazione jihadista islamica sobillata da Al Quaeda. L'Occidente assiste allibito agli accadimenti apparentemente endemici delle regioni russe, mentre slitta la partecipazione di Medvedev al Forum Economico Globale presso Devos, in Svizzera, che doveva assicurare al Cremlino una nuova sfilza di investimenti. Il timore, adesso, è che i nuovi investitori vengano scoraggiati dal clima di instabilità emerso dal paese, nonostante che i proclami del Cremlino tendano a sminuire l'accaduto, puntando su una falla nella sicurezza dell'aeroporto. Ma già nel 2003 la fiducia si era incrinata, in seguito alla condanna a sei anni di prigione di Mikhail Khodorkovsky, tycoon del petrolio sospettato di appoggiare l'opposizione. Fatto sta che gli apparati dell'Fsb, quei servizi segreti dotati di un'ampia libertà di stroncare i rivali, associata spesso alla passata ferocia del Kgb, non sono riusciti a utilizzare proficuamente i loro poteri per sgominare l'attentato. Un attentato portato a termine in un luogo affollatissimo, sotto gli occhi increduli di tutti. Forse ciò svela le debolezze di un sistema che ci aveva illuso di essersi avviato verso una normalizzazione. Invece, la recente radicalizzazione della lotta e i frequenti appoggi esterni, provenienti maggiormente dal Pakistan o dalla Giordania, hanno fatto sì che il conflitto riuscisse a risalire pericolosamente fino al cuore di Mosca, facendo ritornare le lancette del tempo all'anno nero del 2004, epoca in cui si ricorda la strage delle vedove nere nella metro della capitale, due bombers suidici fattisi esplodere in due diversi aerei e una scuola assediata a Beslan. Condividi questo articolo      
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