Perdere il lavoro da un giorno all'altro. Dover rimodulare la propria vita, magari a sessant'anni, dopo aver trascorso l'intera esistenza a fare lo stesso mestiere. Un ritratto di gente comune in questo momento di crisi economica? Nossignori, qui non si parla ne di Mirafiori, della Fiat o di qualche altra azienda italiana. Qui parliamo di Cuba. Il regime castrista, infatti, ha imposto il «riordino professionale» per 500 mila compatrioti impiegati pubblici, che nei prossimi sei mesi dovranno affacciarsi al mondo dell'imprenditoria.
L'impiego pubblico costituisce la principale fonte di sostentamento economico per la quasi totalità dei cubani. L'unico sindacato dei lavoratori esistente e legale nell'isola (Central de Trabajadores de Cuba - CTC) ha appoggiato in toto il piano di licenziamento massivo promosso dal governo. Il CTC dovrà limitarsi a spiegare ai lavoratori come questa decisione rientri nella «grande bontà» del castrismo: nessuna replica o dubbio saranno accettati.
Questa decisione della leadership castrista pone in luce alcuni punti salienti dello stato dell'arte del comunismo cubano. Questa apertura al mercato è la conseguenza, in primo luogo, di un cambiamento generale che a livello economico, sociale e politico si sta diffondendo nel Paese. Quelle barriere ideologiche e fisiche che Fidel ha imposto a suon di mitra dal 1959, si stanno sgretolando lentamente. Il fisco è ormai incapace di reggere per intero la spesa del Paese, sia come onere sociale che finanziario. Troppe le uscite, troppo poche le entrate, in primo luogo per la pessima gestione ed investimento della spesa pubblica. I cubani sono stati abituati, nell'ultimo cinquantennio, ad essere dipendenti dallo Stato, non solo come lavoratori, ma come esseri umani in quanto tali. Non vi è una reale cultura dell'imprenditoria e della realizzazione personale: di qui la doccia fredda del licenziamento forzato (ed ingiustificato).
Un altro aspetto che questa manovra politica mette in luce è quello del confronto con l'esterno, e con il capitalismo globale nello specifico. Il Paese deve svegliarsi dal torpore in cui il regime lo ha costretto per troppo tempo. Il castrismo, infatti, ha da sempre sbandierato l'isolamento geografico e politico come elementi dell'«eccezionalità cubana», relegando nelle carceri e nell'oblio coloro che invece rappresentavano veramente questa unicità. Convinto che solo grazie alla dipendenza economica e psicologica dei cubani dallo Stato potesse sopravvivere il comunismo castrista, Fidel ha deciso di legare a sé, a doppio filo, i propri «figli e fratelli» compatrioti: nessuna indipendenza, nessuna autonomia.
Messe alla porta, in alcuni casi anche alla gogna, la promozione dei diritti umani, del benessere sociale e del rispetto dell'individuo, Castro è oggi di fronte al fallimento del suo progetto politico. La necessità di un cambiamento sostanziale, quindi, appare più dovuta che desiderata da parte della leadership cubana, che ha dimostrato una totale incapacità gestionale e politica. Traghettare un mercato (e i suoi lavoratori) alla privatizzazione tout cour, senza immaginare una transizione graduale, vuol dire decretare a priori il fallimento della stessa apertura. Costringere 500 mila cubani senza esperienza a divenire privati imprenditori dopo un licenziamento forzato, senza fornire loro un'adeguata cultura manageriale, significa di fatto condannarli al fallimento e alla miseria.
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