Quando la carenza di argomentazioni politiche diventa endemica, l'opposizione nostrana ricorre sistematicamente a due strategie distinte ma tra loro correlate: il «benaltrismo» come forma di autodifesa, ovvero il parziale riconoscimento di proprie responsabilità omissive o commissive al quale fa però puntualmente seguito il «ma anche», assurto ormai al ruolo di epiteto formulare, in base al quale le responsabilità altrui sono sempre e comunque maggiori; e il parallelismo inconsulto come ultima, residuale carta per attaccare l'avversario quando ogni altra possibilità di reazione viene meno.
Il paragone tra Bill Clinton e Silvio Berlusconi, che ha sedotto sistematicamente l'opposizione in queste ultime settimane, ne è esempio tristemente lampante. Tutti i neomoralisti che auspicano il «governo di responsabilità nazionale» non resistono al richiamo, a questo tam-tam boscimane che sembra essere divenuto la chiave di volta per dimostrare il minor spessore morale del nostro premier attraverso il raffronto speculare con quel campione di moralità che fu Bill Clinton. Il quale «non esitò a sottoporsi all'interrogatorio da parte della magistratura al fine di dissipare ogni dubbio possibile riguardo alla propria condotta» (le virgolette vanno bene per tutta l'opposizione).
Questa affermazione è assolutamente falsa. Bill Clinton ebbe rapporti sessuali con almeno una stagista, Monika Lewinski. Interrogato al riguardo, mentì ripetutamente al popolo americano. Il giudice che si occupò dell'indagine, Kenneth Starr, subì un attacco mediatico che può vantare un solo precedente nell'intera storia degli USA: quello che subì il senatore Joseph McCarthy (il quale, come dimostrano i documenti pubblicati nel Venona Project, ebbe ragione su tutta la linea).
Proprio in occasione dell'indagine promossa da Starr, la stampa allineata, dal New York Times al Washington Post, tirò fuori dalla naftalina lo spettro della «caccia alle streghe», cercando di far passare il giudice come un povero pazzo, manovrato dai Repubblicani, un incompetente redneck che mirava ad infangare la specchiata reputazione di un nobile presidente sulla base di illazioni, indiscrezioni, fumose prove indiziarie non circostanziate.
Clinton rifiutò sistematicamente di deporre di fronte al gran giurì, adducendo come motivazione non l'incompetenza del tribunale, né il legittimo impedimento, bensì il suo dovere di «salvare la Costituzione». In che modo la Costituzione degli Stati Uniti potesse essere «salvata» attraverso ripetuti intercourses con una stagista, deve esserci ancora spiegato. Non solo: quando ogni chance di difendere l'indifendibile si frantumò, ovvero quando Kenneth Starr dichiarò che il Dna del presidente era stato rinvenuto su un abito della Lewinski, i sicofanti liberals gridarono al complotto, chiamarono in causa la Cia, i servizi deviati, la cospirazione repubblicana. Il «Lewinski-gate», quindi, fu tutt'altro che una pacifica manifestazione di correttezza istituzionale, configurandosi anzi come una delle pagine più vergognose della storia americana recente.
Ora, in tutta sincerità, troviamo come minimo subdolamente infantile il fatto che l'opposizione suggerisca al nostro premier di mantenere «lo stesso contegno» di Bill Clinton. Perché, fino alla prossima, estenuata smentita, è proprio l'atteggiamento mostrato da Clinton che l'opposizione dice di stigmatizzare e condannare. Risulta inoltre quanto meno diffamatorio l'accostamento di due situazioni abissalmente diverse: Bill Clinton mentì al popolo americano, Silvio Berlusconi non ha mentito al popolo italiano. E l'archiviazione in prima istanza dell'indagine sul «caso Ruby» ne è riprova. Bill Clinton ha manifestatamente sfruttato la Casa Bianca come sua personalissima alcova. Berlusconi ha organizzato cene nella sua residenza privata, indebitamente spiata con un dispendio di risorse pubbliche alla luce dei fatti poco giustificabile. Berlusconi, attraverso i propri legali, ha sollevato un legittimo conflitto di competenza tra tribunali. Clinton, attraverso la stampa amica, ha cercato di demolire, sul piano personale e non politico, la reputazione di un giudice. Berlusconi è vittima di una persecuzione giudiziaria fondata sul nulla (perché altro termine non può essere usato in riferimento alle «dichiarazioni» di soggetti come Nadia Macrì, sconfessate peraltro dalla stessa magistratura), mentre Clinton è stato inchiodato dalla prova del Dna.
In ultimo, se proprio vogliamo cercare il pelo nell'uovo, i vertici della magistratura statunitense (come i procuratori distrettuali) sono cariche elettive. Non pubblici dipendenti dotati di uno status assolutamente sui generis come accade, finora almeno, nel nostro ordinamento.
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