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Numero 476
del 22/05/2012
Cosa succede in Russia? PDF Stampa E-mail
! di Andrea Forti
forti@ragionpolitica.it
  
sabato 29 gennaio 2011

russia-flag-1.jpgLe notizie che arrivano dalla Russia spesso suscitano in Occidente un misto di morbosa curiosità e di dietrologico sospetto. Questo immenso paese eurasiatico, a un tempo avamposto europeo e cristiano nel cuore dell'Asia e porta asiatica sul Vecchio Continente, sembra incombere come un'incognita sull'Europa da almeno due secoli, da quando cioè le guerre napoleoniche inserirono l'allora Impero degli Zar, che si definiva «Terza Roma» già dal XVII secolo, nel sistema delle potenze europee.

Nel XIX secolo così l'Impero Russo, che si ergeva a paladino della conservazione dell'ordine tradizionale basato su «Trono e Altare», era la bestia nera di tutti i liberali e i «progressisti» del Continente (compreso un tale Karl Marx di Treviri), che vedevano in ogni mossa politica dello Zar un pericoloso complotto reazionario.

Mentre i liberali e alcune cancellerie europee gridavano al pericolo russo, un astuto e risoluto cancelliere prussiano, Otto Von Bismarck, unificava la Germania e ne faceva una potenza di primo rango proprio grazie a una politica di attenzione ai rapporti con la Russia, che gli permise di affrancare gli stati tedeschi dall'egemonia della già declinante Austria Ungheria.

Con un tragico rovesciamento dialettico nel XX secolo la Russia degli Zar cedette il posto all'Unione Sovietica, il paradiso dei lavoratori di tutto il mondo che doveva servire, nelle intenzioni dei suoi fondatori, come base territoriale per una futura rivoluzione mondiale che avrebbe dovuto avere come agenti catalizzatori i vari Partiti Comunisti del mondo.

Per gran parte del XX secolo, almeno per un settantennio, le notizie che provenivano dalla Russia agitarono politici, analisti ed osservatori di tutto il mondo, preoccupati almeno fino agli anni '30/'40 da qualsiasi tentativo di esportare la rivoluzione in Europa e nel mondo e, durante la Guerra Fredda, da un espansionismo oramai più imperial-territoriale che ideologico, ma che era pur sempre giustificato formalmente da una fraseologia marxista-leninista che faceva presa su una parte non trascurabile dell'opinione pubblica occidentale di sinistra (anche non strettamente comunista).

Negli anni della Guerra Fredda nacque il termine «cremlinologia» per indicare quel filone di ricerca e di giornalismo che aveva come oggetto la decifrazione degli sconosciuti equilibri interni alle stanze del Cremlino; generazioni di giornalisti e di analisti crederono così di capire e anticipare le mosse della dirigenza sovietica guardando la disposizione di questo o quel membro della nomenklatura nel palco delle celebrazioni per l'anniversario della Rivoluzione d'Ottobre o contando le apparizioni pubbliche di questo o quel notabile di partito. Inutile ricordare come la «cremlinologia» abbia raramente colto nel segno.

Oggi, a vent'anni dal crollo dell'Urss, la Russia non è più retta da una dirigenza impegnata a diffondere un'ideologia rivoluzionaria, ma a quanto pare la «cremlinologia» non sembra tramontare. La prova di questa persistente difficoltà nell'interpretare le «cose russe» è stata dimostrata dal recente attentato all'aeroporto di Domodedovo a Mosca, opera di un terrorista suicida che ha ucciso quasi quaranta persone ferendone più di un centinaio, l'ennesimo di una scia di sangue che parte nel 1996, con la presa di ostaggi nella cittadina caucasica di Budjonnovsk da parte di terroristi ceceni di Shamil Basaev, e che passa attraverso il bagno di sangue della scuola di Beslan, forse il più efferato atto terroristico della storia.

In occasione dell'attentato di Domodedovo, come di altri simili fatti di sangue successi in Russia, sulla stampa italiana si sono subito scatenate le più svariate ipotesi e dietrologie. Abbiamo così potuto leggere sui nostri giornali, quando ancora il fumo e le polvere delle esplosioni non si erano depositati, che l'attentato di Domodedovo sarebbe probabilmente da ascrivere ad oscure e indecifrabili lotte intestine fra non meglio identificate fazioni interne al potere stesso, o addirittura come una manovra dei sostenitori di Putin per screditare Medvedev, o viceversa, non in grado di assicurare la sicurezza dei cittadini in una struttura così sensibile come un aeroporto.

Altri ipotizzano manovre di oligarchi all'estero, magari in combutta con l'eversione islamica del Caucaso (sono noti infatti i legami fra mafia russa e cecena) per destabilizzare il paese e scoraggiare gli investitori, mentre altri ancora parlano di strategia della tensione creata ad arte dal potere stesso.

Quello che pochi osservatori sottolineano, al di là delle ipotesi e delle speculazioni, è il fatto che l'Europa e l'Occidente tutto non possono assolutamente permettersi di aver una Russia destabilizzata, qualsiasi sia la natura di tale instabilità. Un rapporto con una Russia stabile politicamente ed economicamente è necessario per un Europa e per un Occidente in tendenziale declino politico, economico e demografico e alle prese con una preoccupante destabilizzazione generale di tutto l'arco di crisi che va dal Nord Africa arabo al Subcontinente indiano, passando per l'Asia Centrale e il Caucaso.

Quali che siano le debolezze interne e le manchevolezze del suo sistema politico è la Russia a impronta slava e cristiana la grande scommessa per l'Europa e l'Occidente del XXI secolo, non solo per l'energia o le materie prime ma anche per ricomporre definitivamente una frattura che, dalle Guerre Napoleoniche alla Guerra Fredda passando per le due Guerre Mondiali, ha portato all'Europa e all'Occidente solo disgrazie e debolezza.




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