La drammatica giornata del 28 gennaio, il «venerdì della collera», si è conclusa in Egitto con il discorso in diretta televisiva del presidente Hosni Mubarak, che ha annunciato lo scioglimento del governo e, per il giorno successivo, la nomina di un primo ministro e l'avvio dei lavori per formare in tempi brevi un nuovo esecutivo. Il presidente ha quindi fatto appello affinché si ponga fine alle violenze, garantendo riforme e democrazia.
Contemporaneamente altri due Paesi arabi, Giordania e Yemen, già contagiati nei giorni scorsi dall'«effetto domino» avviato dalle rivolte in Algeria e Tunisia, sono stati teatro di manifestazioni antigovernative. Si è trattato di proteste non violente né vi sono stati, come in Egitto, saccheggi e assalti a edifici pubblici. In Giordania, come nei due venerdì precedenti, il 14 e il 21, migliaia di persone sono scese in strada nella capitale Amman e in altre città, chiedendo le dimissioni del governo di Samir Rifai, accusato di non aver preso provvedimenti adeguati per contenere l'aumento dei prezzi, e scandendo slogan di solidarietà con le popolazioni di Algeria, Tunisia, Egitto e Yemen. Con i dimostranti hanno sfilato e partecipato ai sit-in di protesta i principali sindacati e il maggior partito all'opposizione, il Fronte di Azione Islamica, organismo giordano dei Fratelli Musulmani, concordi nel ritenere insufficienti i provvedimenti annunciati dal governo per ridurre i prezzi e creare nuovi posti di lavoro.
In Yemen nuove manifestazioni di protesta hanno paralizzato la capitale Sana'a, il porto di Aden e altre città. Gli yemeniti chiedono la fine del «regno» del presidente Ali Abdullah Saleh, dal 1978 alla guida dello Yemen del Nord e dal 1990, anno della fusione dei due Yemen del Nord e del Sud, presidente dello Stato unificato. Il suo mandato, il secondo, scade nel 2013 e la Costituzione gli impedisce di ricandidarsi per la terza volta. Ma sono in corso manovre per modificare la Carta costituzionale eliminando il limite dei due mandati, come hanno già fatto negli scorsi anni in Africa molti presidenti, tra cui quello algerino. Inoltre, a dicembre, il parlamento, grazie ai voti del Congresso Generale del Popolo, il partito di maggioranza, ha modificato la legge elettorale stabilendo che la Commissione suprema per le elezioni e i referendum non sia più composta da membri del parlamento ma da giudici scelti dal presidente Saleh tra quelli in carica a partire dal 9 dicembre 2010.
Tuttavia non è detto che il temuto «effetto domino» porti dappertutto a conseguenze estreme. I rischi maggiori di destabilizzazione, al di là di ciò che attualmente accomuna gli Stati africani e arabi in rivolta, si corrono in presenza dei tre fattori concomitanti che in Tunisia hanno determinato la caduta di Ben Ali. Il primo è la concentrazione della popolazione nei centri urbani. Le «rivolte del pane» e in generale le sommosse popolari, che si trasformino o meno in rivoluzione (o in colpo di Stato), si verificano nei grandi agglomerati urbani: non sono certo le popolazioni rurali a minacciare i regimi repressivi. Consapevoli di ciò, i governi post-coloniali hanno tentato di impedire l'esodo dalle campagne, ma hanno in gran parte fallito. Per riuscirci avrebbero dovuto investire in infrastrutture e servizi e invece, quasi ovunque, non solo hanno trascurato le campagne, ma ne hanno bloccato lo sviluppo, facendo razzia dei redditi rurali con istituti quali, ad esempio, le casse di stabilizzazione dei prezzi.
Il secondo fattore di crisi è l'elevato tasso di scolarizzazione. Non c'è bisogno di dilungarsi sui suoi effetti: crea aspettative di promozione sociale nei Paesi africani e arabi delusi a causa della mancanza di posti lavoro, e fornisce insidiosi strumenti di conoscenza, comunicazione e discernimento.
Il terzo fattore di crisi è una popolazione prevalentemente giovane: due terzi, anche tre quarti di giovani sotto i 30 anni, quelli che negli anni Novanta la sociologa camerunese Axelle Kabou, nel suo libro intitolato E se l'Africa rifiutasse lo sviluppo?, ha definito «una generazione oggettivamente privata di avvenire». Sono soprattutto i giovani scolarizzati residenti nelle città i protagonisti delle contestazioni che stanno facendo traballare regimi da decenni saldamente al potere, ma anche dei saccheggi e delle devastazioni. Fosse vero che realmente insorgono per dignità e libertà, oltre che per il pane.
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