Raggiunta la fase di stabilità e salvaguardati i parametri di bilancio il Governo Berlusconi intende dare un colpo di reni affinché l'Italia imbocchi con decisione la fase della crescita economica, in sintonia con le politiche concertate in sede di Unione europea. Esse, se da una parte prevedevano il varo, da parte dei singoli governi, di provvedimenti studiati per rispondere alla politica del rigore e per salvaguardare la stabilità delle finanze pubbliche, dall'altra ora impongono agli Stati di avviare un «National Reform Program», ossia un programma volto ad avviare una nuova fase di sviluppo.
Il rifiuto di Bersani nei confronti della proposta avanzata da Berlusconi all'opposizione, a cui il premier ha chiesto di avviare un dialogo per dare corpo ad un piano bipartisan per rilanciare la crescita, dimostra come in Italia, a differenza di quanto accaduto negli ultimi anni in Germania (dove maggioranza e opposizione hanno collaborato nell'interesse del Paese), l'opposizione sia affetta da miopia politica, dall'incapacità di avviare un confronto su temi concreti e vicini alle esigenze dei cittadini. E così la mancanza di contatto con la realtà porta le attuali opposizioni a prediligere la pratica del gossip a quella del confronto democratico, mostrando così di sacrificare l'interesse nazionale sull'altare dell'antiberlusconismo, in nome del quale le ammucchiate tattiche sembrano essere diventate le uniche armi da brandire per sopperire all'assoluta mancanza di idee e di programmi.
D'ora innanzi, dopo due anni recessivi, ogni governo sarà chiamato ad accelerare sul cammino della crescita. Berlusconi è consapevole che, per poter cavalcare il processo di ripresa mondiale che è già in corso, l'Italia dovrà raggiungere degli obiettivi ben precisi. Tra di essi vi è quello di realizzare un vasto piano di liberalizzazioni, e proprio in questo contesto si inserisce anche la volontà di iscrivere all'ordine del giorno del Consiglio dei ministri di martedì prossimo, oltre a al ddl delega sul riassetto dell'Irap, anche la proposta di riforma costituzionale dell'art.41 in senso liberalizzatore: l'obiettivo è quello di arrivare a garantire il principio in base al quale «l'iniziativa economica privata è libera salvo per le regole che servono per attuare la libera concorrenza, nel quadro dei principi europei».
Grazie a questa modifica dell'art.41 i cittadini sarebbero liberi di intraprendere e di fare tutto quello che non è vietato dalla legge, secondo una visione positiva dell'uomo, in base alla quale egli andrebbe considerato, in prima istanza, come una risorsa della collettività e non come un soggetto che aprioristicamente va controllato: in sostanza il governo di centrodestra vorrebbe dare corpo, a livello giuridico, al principio secondo cui si ritiene giusto investire sulle capacità dei cittadini di produrre ricchezza sociale ed economica perché la loro libera iniziativa rappresenta uno strumento per concorre alla realizzazione del bene comune.
Berlusconi intende modificare l'art.41 in senso più liberale, riformulandolo in modo da valorizzare il principio della responsabilità dell'agire privato, consentendo, ad esempio, che l'inizio di un'attività d'impresa non sia vincolato al controllo ex-ante da parte della Pubblica Amministrazione, che comporta tempi lunghi e impicci burocratici che scoraggiano la libera intrapresa, ma che sia sostituito dal controllo ex-post e dall'autocertificazione.
Rilanciare la crescita del Sistema Paese significa gettare un ponte tra l'Italia e il mondo: liberalizzare l'attività d'impresa è un primo passo per essere più competitivi, per liberare il nostro tessuto produttivo dai tentacoli soffocanti di una regolamentazione eccessiva. Quest'ultima ha finito per accrescere i costi di cui si sono dovute fare carico le nostre imprese di fronte ad un mercato globale in cui anche i sistemi giuridici hanno un loro peso nello sviluppo dei singoli paesi. Certo, le liberalizzazioni rischiano anche, in certi ambienti, di essere impopolari, poiché vanno ad intaccare i privilegi di corporazioni che mal digerirebbero la perdita di alcune rendite di posizione garantite da un mercato più immobile. Ma a trarre giovamento da una tale iniziativa sarebbe l'intero Sistema Paese.
Sempre durante il Consiglio dei Ministri di venerdì prossimo il Governo proporrà un piano di immediata defiscalizzazione e deregolamentazione per la rinascita del Mezzogiorno, al quale si aggiungerà, entro la fine di febbraio, il rapporto approntato per la crescita, che si propone di raggiungere entro cinque anni livelli di incremento del Pil del 3-4%.
Come? Non certo attraverso l'imposizione di imposte patrimoniali, che danneggerebbero i risparmiatori, e nemmeno attraverso nuove tasse. Tra le proposte messe in campo da Berlusconi per «dare una frustata al cavallo dell'economia» vi è quella di operare una defiscalizzazione a favore dei giovani e delle imprese, attraverso il recupero della ricchezza privata sommersa. Non solo, Berlusconi ha parlato di «misure drastiche di allocazione sul mercato del patrimonio pubblico». In Italia vi è un grosso patrimonio immobiliare pubblico che i privati potrebbero valorizzare meglio. Basti pensare che, come ha sottolineato Oscar Giannino sulle pagine del Messaggero di martedì, «sono ben 360 i miliardi di valore della quota di mattone ancora pubblico e che per quasi quattro quinti è nelle mani delle Autonomie».
Senza contare che, per rilanciare il Paese, oltre ai frutti che si raccoglieranno grazie alla riforma della Pubblica Amministrazione, della Scuola e Università, al Piano per il Sud, si punterà molto sul federalismo fiscale, la cui versione migliorativa verrà approntata nei prossimi giorni: esso rappresenta l'elemento fondante di un nuovo patto con il territorio, imperniato su un concetto di imposizione fiscale che sarà ancorata al principio di autonomia, responsabilità e trasparenza.
Condividi questo articolo      
|