Un certo modo demagogico di condurre l'opposizione al governo Berlusconi lo avevamo riscontrato, in passato, soltanto in Antonio Di Pietro o in qualche pasdaran del Partito Democratico come Rosy Bindi. Invece la puntata di Ballarò di martedì 1° febbraio ci ha consegnato un nuovo campione di demagogia antiberlusconiana un tanto al chilo: Pier Ferdinando Casini. Chi ha avuto modo di ascoltare i suoi interventi durante il programma condotto da Giovanni Floris, avrà notato come il moderatismo di cui il leader dell'Udc ha fatto sfoggio per tanti anni è totalmente evaporato, lasciando spazio a toni e contenuti tipici della più accesa propaganda anti Cavaliere. Che si parlasse di lotta all'evasione, contrasto alla criminalità, guai giudiziari del premier, federalismo e quant'altro, Casini era sempre pronto a dar man forte al segretario del Pd Pier Luigi Bersani, ospite anch'egli della trasmissione, e a sparare ad alzo zero, con discorsi banali e superficiali - ma buoni per strappare l'applauso fragoroso del pubblico presente in studio - contro il rappresentante del Pdl, l'onorevole Maurizio Lupi.
E pensare che soltanto poche settimane fa, fallita l'operazione sfiducia alla Camera il 14 dicembre, il leader centrista aveva annunciato che il suo partito avrebbe mantenuto un atteggiamento serio e «repubblicano» di fronte alle proposte messe in campo dal governo, rifuggendo quell'opposizione preconcetta che caratterizza le altre forze politiche presenti in parlamento. «Non daremo l'appoggio esterno all'esecutivo», aveva lasciato intendere Casini, ma di certo «non gli metteremo i bastoni tra le ruote». Quanto questa posizione fosse veramente «responsabile» e non dettata da mero tatticismo, lo si è visto subito dopo l'esplosione del caso Ruby e la richiesta di giudizio immediato per il presidente del Consiglio da parte dei pm milanesi: Pier Ferdi, immaginando e assaporando la caduta prematura di Berlusconi, non ci ha messo neanche un minuto a invertire la rotta e ad associarsi alla richiesta di dimissioni del premier invocata a gran voce dal Pd e dall'Idv. Quando si dice la coerenza! Una giravolta tanto più clamorosa se si pensa che sulla questione della giustizia e del suo uso politico Casini ha sempre conservato un garantismo cristallino, denunciando più volte, pubblicamente, la persecuzione giudiziaria contro il Cavaliere. Anche questo garantismo, oggi, è stato sacrificato dal leader dell'Udc sull'altare della convenienza immediata e del tornaconto del momento.
Ed è infine con queste categorie che bisogna spiegare anche l'apertura di Casini alla proposta di una grande alleanza elettorale antiberlusconiana avanzata domenica da Massimo D'Alema con un'intervista a La Repubblica. Quali ragioni ideali e quale comunanza programmatica potrebbero infatti tenere insieme, in un unico rassemblement che farebbe impallidire persino l'Unione prodiana, l'Udc e l'Idv, Fli e il Pd, l'Api di Rutelli e la sinistra di Vendola? La risposta viene da sé: nessuna. Sarebbe soltanto l'ennesima declinazione pratica di quel TTB (Tutti Tranne Berlusconi) a cui anche l'ex presidente della Camera ha scelto di aderire, dopo aver per anni gridato ai quattro venti che le coalizioni contro una sola persona non possono funzionare. Ma trovare una linearità e una logica politica cogente nelle posizioni di Casini è come cercare il proverbiale ago nel pagliaio. Tant'è vero che l'anno scorso era stato proprio lo stesso capo centrista, tra una capriola e l'altra, a lanciare l'idea di una grande armata antiberlusconiana, che aveva raccolto persino l'entusiastica adesione di Rifondazione Comunista. E che dire poi delle alleanze stipulate in occasione delle ultime elezioni regionali, un po' col centrodestra e un po' col centrosinistra - a seconda delle convenienze - e persino con i Radicali, cioè con i più fieri avversari dei «valori» proclamati dall'Udc?
Sono scelte che la dicono lunga sullo spessore politico di Casini e sui criteri che guidano la sua azione. Per cui non deve neppure sorprendere più di tanto che oggi egli, pensando di trarre profitto dalle disavventure del presidente del Consiglio, si imbarchi sul vascello del TTB e si faccia portatore della peggior demagogia antiberlusconiana. Se il premier cadesse, Pier Ferdi rivendicherebbe le sue prese di posizione per ottenere ciò che il voto popolare non potrebbe mai consegnarli; se resistesse, in un batter di ciglia tornerebbe ad essere «responsabile» come se niente fosse successo. Fino al prossimo giro di giostra.
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