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Numero 476
del 22/05/2012
Di Pietro farebbe bene a ricordarsi del 9 Termidoro PDF Stampa E-mail
! di Francesco Natale
natale@ragionpolitica.it
  
lunedì 07 febbraio 2011

manifestanti-arcore.jpg«La violenza e resistenza a pubblico ufficiale sono ormai derubricate a innocenti goliardate. Per la verità, credevamo che fossero dei reati'». Così Antonio Leone, vicepresidente Pdl della Camera, commenta la decisione del giudice di Monza di scarcerare, senza alcuna misura cautelare, i due giovani resisi ieri sera protagonisti dell'assalto ad Arcore alla residenza del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. «Non c'e' dubbio -aggiunge Leone- che anche attraverso certe, discutibili decisioni si alimenti un clima di odio e di violenza che giustamente preoccupa anche il Capo dello Stato, dal quale sono venute ancora una volta sagge e sincere parole di sdegno». «Da oggi -conclude il vicepresidente della Camera- l'opposizione forcaiola ha due nuovi eroi, sostenuti dall'ampia solidarietà, espressa o tacita, del fronte antiberlusconiano. Forti di questa solidarietà, infatti, i due nuovi eroi hanno subito salutato la decisione del giudice al grido 'Giustizia, giustizia...» (fonte: Adnkronos).

Questi sono i primi frutti germogliati all’ombra del Palasharp, durante la kermesse antiberlusconiana che ha visto esibirsi sul palcoscenico tutto il jet set della «sinistra che conta»: Roberto Saviano, Carlo de Benedetti, Gad Lerner, Barbara Pollastrini, Umberto Eco, Susanna Camusso. Tutti tranne Bersani, insomma. Il «popolo viola» ha colto la palla al balzo. con Antonio Di Pietro che asseconda la protesta dei manifestanti  invocando una «presa della Bastiglia» in caso di mancate dimissioni di Berlusconi. E se Alberto Asor Rosa, ieratico come sempre, qualche giorno fa', dalle pagine del «Manifesto» ha denunciato come sia inutile e pericoloso un ricorso alle urne o alle normali procedure democratiche per liberarsi di Berlusconi,  sì può comprendere che non siamo di fronte alla semplice accensione di una miccia sotto al proverbiale barile di TNT. Non ci si è limitati, infatti, a fomentare la faziosità ideologica, operazione discutibile e opinabile ma, nel contesto dello scontro politico, tutto sommato legittima: si è arrivati allo sdoganamento del crimine come legittima forma di protesta, come strumento principe della lotta politica. E’un approccio irresponsabile e dagli esiti imprevedibili che denuncia, tuttavia, a chiare lettere i due principali limiti, ad oggi irriformabili, della sinistra antagonista: l’assenza di un progetto politico organico e concreto, tale per cui la violenza forcaiola è l’unico strumento rimasto a disposizione della fosca masnada, e l’ennesimo tentativo di dimostrare la propria superiorità antropologica, la quale consente a quanti abbiano ricevuto il placet della casta «intellettuale» di violare apertamente ed impunemente la legge. Legge la cui applicazione, mentre deve essere sospesa nei confronti di coloro che sono santificati dall’esercizio di una «morale superiore», deve altresì essere spietatamente applicata per tutti gli altri. E’un fenomeno estremamente pericoloso, poiché l’elezione a sistema di una doppia morale legittima sempre il sopruso, fino a produrre conseguenze drammatiche e cruente. Dall’omicidio Calabresi in avanti avremmo dovuto apprendere questa lezione, per non scordarla più. E’ fuor di dubbio che l’innalzamento del livello dello scontro sia sostanziato, inoltre, da motivazioni politiche poco confessabili. Esiste, come ben sottolinea Vittorio Macioce su “Il Giornale” un fronte interno al movimento giustizialista tutt’altro che omogeneo e coeso.

Santoro e Travaglio manifestano notevole insofferenza nei confronti di Saviano, il quale sta rubando loro quel ruolo di preminenza che ormai era divenuto una rendita di posizione. Allo stesso modo Antonio di Pietro, vittima in parte di tentennamenti ed equilibrismi poco chiari riguardo alle future alleanze di IDV (Col PD? Con Casini e Fini? Da soli fermi al 7%?) cerca di riguadagnare consensi indossando il berretto frigio e vellicando i bassi istinti di quanti sognano una nuova Piazzale Loreto. Invoca la Bastiglia, ma dovrebbe ricordarsi del 9 Termidoro: gli umori della piazza sono spesso mutevoli e seguono sempre chi urla più forte e, per mille scalmanati che improvvisano un disgustoso carnevale ad Arcore, milioni sono i cittadini ormai nauseati dalla frenesia manettara. Di una eventuale e non auspicabile «palingenesi giudiziaria» del sistema politico, egli sarebbe con tutta probabilità la prima vittima, in base al consolidato principio storico per il quale chi di ghigliottina colpisce, di ghigliottina perisce (vedi alla voce «Robespierre»). Questo perché la momentanea compiacenza manifestata da «les intellectuels» nei confronti dei manifestanti viola è esclusivamente funzionale ad un progetto politico assolutamente diverso e sostanzialmente antidemocratico: vi immaginate davvero soggetti del calibro di Eco, Lerner, Scalfari, Asor Rosa e de Benedetti, notissimi per il loro disprezzo nei confronti del popolo, a sostenere un governo radical-populista nato da uno «spontaneo» furor di piazza? No. Non è pensabile. Scalfari in particolare ha già espresso la sua visione politica sul «dopo Berlusconi»: il suo sogno nel cassetto è il governo costituito dai grandi commis di Stato, magari presieduto da Mario Draghi. Altro che piazze e manifestazioni. E chi se ne importa della democrazia rappresentativa, del diritto di voto ridotto a carta straccia e di un Partito Democratico declassato ad inutile zavorra. Per questo la strumentalizzazione degli scalmanati «manifestanti» è chiara ed evidente, tranne che ai «manifestanti» stessi: sono pedoni su una scacchiera, nulla di più. E resteranno in gioco solo finché saranno funzionali ad un progetto che con la loro distorta «visione politica» non ha nulla a che vedere ma, anzi, è in sostanziale contrasto con la medesima. Strepitano contro la «democrazia violata» (come, dove e perché?) e sono pronti a favorire la nascita di un governo meno democratico che sia immaginabile nel nostro paese: quello tecnico progettato a tavolino dalla casta «Repubblicana». Per fortuna, nella grande «sala corse» della politica italiana Eugenio Scalfari non ha mai scommesso sul cavallo vincente…




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Commenti (1)
1. 17-02-2011 14:23
La casta.
Scalfari, Di Benedetto ed altri già nel 1992 erano pronti a governare con l'avallo del PCI. Dopo 20 anniil risentimento si è rafforzato. Ma i giovani che loro manipolano potrebbero aprire gli occhi e allora per la casta sarebbe finalmente la fine.
Scritto da Manfredo

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