Sfondo nero, mimetica, barba lunga e sguardo fermo davanti alla telecamera che meccanicamente registra tutto, parola dopo parola: così Doku Umarov, il terrorista ceceno più ricercato nell'intera Federazione Russa, ha rivendicato con orgoglio l'attentato suicida del 24 gennaio all'aeroporto Domodedovo di Mosca. Il video, pubblicato sul sito Kavkazcenter, è stato accompagnato da una mail nella quale si dichiara che la registrazione è avvenuta il giorno stesso dell'attentato. Umarov, alias Dokku Abu Usman, ha fornito molti dettagli relativi al «martire» che si è fatto esplodere presso l'aeroporto di Mosca, provocando la morte di 36 persone e il ferimento di altre 180. «Questa operazione speciale è stata condotta su mio ordine e, se Dio vorrà, speciali operazioni di questo tipo continueranno ad essere realizzate». Con queste parole in russo, Umarov si proclama la «mente» dell'attentato e minaccia la Russia - e il mondo intero - di continuare nella propria attività terroristica.
Una vera e propria dichiarazione di guerra, vile - lo ripetiamo - perché non giocata attraverso i metodi convenzionali che lo ius in bello prevede. Ci si fa forti della paura generata, del terrore suscitato, della vigliaccheria di coloro che non sono eroi, ma attentatori suicidi. Di coloro che, sfruttando indegnamente il nome di Allah, conducono una guerra santa contro «l'esercito di occupazione russa nel Caucaso». Si elevano a difensori dell'islam e del «diritto dei popoli alla dignità, per liberare la terra dei musulmani del Caucaso, e stabilire la legge e la giustizia». Menzogne che si fanno scudo di nobili intenti, ma che in realtà celano i più biechi e personali interessi. Quelli dei signori della guerra, delle armi, del terrore. Il Caucaso del nord è divenuto tristemente celebre nell'ultima decade per le continue tensioni etniche e nazionaliste che si sono affermate al suo interno, spesso frutto di antiche rivendicazioni, oggi strumentalizzate dai movimenti terroristici ed indipendentistici.
Quarantasei anni, il terrorista ceceno Doku Umarov, meglio noto alle cronache come il «Bin Laden russo», è il leader dell'«Emirato del Caucaso», un gruppo di matrice islamica che recluta militanti in tutta l'area settentrionale della regione caucasica. È considerato da molti analisti come il nemico numero uno del Cremlino. Rivestita la carica di ministro della Sicurezza nel governo separatista ceceno nel periodo '96-'99, nel 2006, dopo la morte di Abdul-Jalim Saduláev, successore del presidente eletto della Cecenia Aslán Masjádov, Umarov si è proclamato leader del movimento separatista. L'anno successivo ha annunciato al mondo intero l'autonomia dell'«Emirato». Una secessione de facto che Mosca non ha mai né accettato né riconosciuto.
Il Bin Laden russo è ben noto alle autorità moscovite per essere la mente di numerosi attentati terroristici e sequestri. Tra questi, i più eclatanti sono stati l'attentato suicida nella metropolitana di Mosca del marzo '99, che causò la morte di 39 civili, il sequestro dei funzionari della Procura della Cecenia nel 2002, le esplosioni nelle sedi dei Servizi federali di sicurezza di Ingushetia in Magás e l'incursione, nel 2004, in Ingushetia. Ma l'atto più vile e celebre da lui pianificato è stata la presa di ostaggi nella scuola di Beslán nel 2004, finita in tragedia. Una carriera lunga, segnata da vite spezzate vigliaccamente, rivendicazioni di un'indipendenza e di una dignità per il proprio popolo che di fatto Umarov e il suo movimento terrorista negano alla Russia e al mondo intero.
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