Tutto il mondo, il 10 febbraio, ha puntato per ore i riflettori su piazza Tahrir, al Cairo, per immortalare il primo impatto sulla folla delle parole con cui Hosni Mubarak avrebbe annunciato le proprie dimissioni, ormai date per certe. Invece il rais, nel suo discorso alla nazione, pronunciato alle 23.00 del giorno che avrebbe dovuto diventare una data storica per l'Egitto, si è limitato a comunicare la delega di alcuni poteri al vice presidente Omar Suleiman, confermando di voler restare in carica fino alle elezioni presidenziali di settembre, per il bene dei propri connazionali, e ribadendo il proprio solenne impegno in difesa della Costituzione e del popolo egiziano. In altre parole, la prova di forza ai vertici militari e politici del Paese continua e non resta che attendere gli sviluppi delle prossime ore, mentre la tensione cresce di nuovo nelle strade affollate di manifestanti.
Torna teso, nel frattempo, anche il clima in Algeria, dove altre tre persone si sono date fuoco portando a una ventina i casi di tentato suicidio dall'inizio della rivolta del pane. Manifestazioni e proteste si susseguono in numerose città. Protagonisti principali continuano ad essere i giovani e i disoccupati, ma il malcontento generale crea consensi in altri strati di popolazione. Per sabato 12 è stata indetta una marcia di protesta ad Algeri. Gli organizzatori prevedono l'afflusso di decine di migliaia di persone, malgrado le autorità abbiano negato l'autorizzazione a manifestare per le strade, proponendo in alternativa riunioni in edifici pubblici come, ad esempio, il complesso olimpico che può accogliere fino a 10.000 persone.
Anche in Tunisia continuano gli scioperi e le proteste. La fuga del presidente Ben Ali, il 14 gennaio, non basta a rassicurare chi reclama reali cambiamenti politici e sociali ed esige concrete prove della fine del regime controllato dalla leadership che per 24 anni ha spartito il potere con la famiglia di Ben Ali. Si vuole la garanzia che i personaggi che hanno dominato la scena politica ai vertici del partito di governo, il Rassemblement Constitutionnel Démocratique, si facciano da parte e scompaiano dalla scena. Anche in Tunisia non mancano purtroppo i gesti estremi. Il 10 febbraio, a Monastir, una città a circa 160 chilometri a sud della capitale, una donna si è data fuoco di fronte all'edificio che ospita i locali uffici amministrativi.
Un nuovo fronte di proteste inoltre sta per aprirsi in Libia. La Conferenza nazionale dell'opposizione ha infatti indetto per il 17 febbraio una «giornata della collera» che dovrebbe coinvolgere tutto il Paese in una serie di manifestazioni contro il regime di Muhammar Gheddafi. Come in Algeria, Tunisia ed Egitto, anche in questo caso aggregazione e coordinamento passano attraverso il web: la pagina Facebook della «giornata della collera» libica trasmette informazioni e accoglie le adesioni. «Decidiamo di manifestare contro la povertà» si legge su Facebook. Risponde, sempre sul web, una pagina creata da giovani sostenitori di Gheddafi, che esortano a reagire anche con la forza contro coloro che, come «burattini», marceranno per le strade del Paese contro il regime. Una prima vittima illustre della repressione governativa è lo scrittore Jamal al-Hajji, arrestato con il pretesto di aver investito una persona con la propria auto, mentre la vera ragione sarebbe il suo appello alla rivolta lanciato via internet.
Migliora invece, almeno per il momento, la situazione in Giordania, dove l'insediamento, in seguito alle proteste delle scorse settimane, del nuovo governo guidato da Maarouf al Bakhit è stato accolto come prova di buona volontà, rendendo credibili le promesse di una riforma radicale delle istituzioni. Il braccio politico giordano dei Fratelli Musulmani, il Fronte di azione islamica, ha rifiutato di entrare nella coalizione di governo all'interno della quale gli erano stati offerti cinque importanti ministeri. Tuttavia il suo segretario generale, Hamzeh Mansour, ha espresso fiducia nell'esecutivo e nell'attuazione delle riforme annunciate.
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