E' arrivata fino a Teheran l'onda lunga delle proteste contro i regimi autoritari. Dopo la Tunisia di Ben Ali e l'Egitto di Mubarak è la volta dell'Iran di Ahmadinejad e Khamenei ad essere vittima della mobilitazione delle masse. In questi giorni migliaia di persone (difficile dire esattamente quante, ma dovrebbe trattarsi di circa 30.000 partecipanti) hanno invaso le piazze iraniane, non solo a Teheran ma anche nelle altre principali città del paese, da Isfahan a Shiraz, da Mashhad a Rasht.
Ancora una volta i cittadini iraniani hanno sfidato la dura repressione del regime per far sentire la propria voce. «Qui è il caos totale», commenta il corrispondente della Bbc, e chiunque stia assistendo in queste ore alle proteste iraniane è concorde nel sottolineare la confusione che si respira nelle strade. Da una parte i cittadini che protestano al grido di «morte al dittatore», dall'altra la polizia e, soprattutto, le famigerate milizie basiji, ancora una volta mobilitate, come nel 2009, per sedare sul nascere la rivolta.
Questa è forse la differenza più vistosa tra le proteste tunisine ed egiziane e quelle iraniane: nelle prime la polizia e l'esercito si sono schierati con il popolo, diventando decisive, come sempre, per la vittoria della piazza, nella seconda le milizie sono ancora schierate al fianco del regime (almeno per il momento), deciso a resistere a qualunque costo. D'altra parte è l'inevitabile differenza tra due regimi totalitari di cui però uno nazionalista e l'altro fondamentalista, che pone al di sopra di tutto la religione, in questo caso l'Islam. Nel primo caso il regime può rinunciare alla guida del paese per il bene supremo della nazione, nel secondo il regime non cederà mai il proprio potere, perché esso non deriva dal popolo ma da Allah, ed in nome di esso lo amministra. Per questo non può rinunciarvi, per questo chiunque lo contesti merita una punizione, perché non vi può essere clemenza per chi si mette contro la legge di Dio. E' questo il motivo per cui sarà molto più difficile per gli iraniani ottenere quello che hanno ottenuto gli egiziani ed i tunisini, e per questo è necessario che il nostro supporto sia ancora maggiore.
Senza l'appoggio forte e inequivocabile dell'Occidente, infatti, è molto difficile che i manifestanti resistano a lungo, ed è anzi molto probabile che si risolva tutto in un nuovo bagno di sangue, come quello che nel 2009 costrinse l'Onda Verde a ripiegare su posizioni più «accorte». Per questo fanno ben sperare le parole del Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, che a proposito delle manifestazioni iraniane ha dichiarato «ci auguriamo che alle coraggiose persone scese in strada in tante città dell'Iran venga concessa la stessa opportunità che è stata data in Egitto nei giorni scorsi». Ora occorre che alle parole gli Stati Uniti facciano seguire i fatti, e che al popolo iraniano giunga un supporto concreto per il raggiungimento dell'anelato obiettivo. Perchè non possiamo lasciare nuovamente cadere l'opportunità di rovesciare un regime odioso e spietato, che minaccia non solo l'Occidente, ma anch il suo stesso popolo. La reazione delle forze dell'ordine alle manifestazioni di ieri, disperse a suon di manganellate e gas lacrimogeni, con un bilancio provvisorio di un morto e numerosi feriti, stando a quanto riferiscono le associazioni per i diritti umani presenti nel paese, dimostra ancora una volta come la dittatura degli Ayatollah non tenga in alcun conto il proprio popolo. E' chiaro che oltre alle preoccupazioni del governo di Teheran per gli esiti di una nuova ondata di manifestazioni contro il regime, le proteste stanno generando grande imbarazzo a chi, come il presidente Ahamdinejad, aveva salutato con enfasi le manifestazioni egiziane definendole «la dimostrazione del supporto popolare per l'Islam». La realtà era ovviamente un'altra, come dimostra lo slogan sentito nelle piazze iraniane «Mubarak, Ben Ali, adesso è l'ora di Sayyid Ali!», riferendosi alla Guida Suprema Ali Khamenei.
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