Rosy Bindi candidata premier della grande alleanza antiberlusconiana? Lo propone Nichi Vendola, si dice d'accordo Paolo Ferrero di Rifondazione Comunista, e anche Romano Prodi dà la sua benedizione. Del resto, chi meglio dell'illibata della Val di Chiana potrebbe contrapporsi al Cavaliere donnaiolo, libertino e godereccio? Chi meglio di lei potrebbe rappresentare la Moralità nella lotta, elettorale e non solo, contro l'Immoralità incarnata dall'uomo di Arcore? Facile immaginare lo slogan da stampare sui manifesti accanto al faccione della Bindi: non più «la fantasia al potere» di sessantottesca memoria, bensì «la castità al potere». Non riforme, ma costumi più morigerati per arginare la deriva scosciata, scollacciata e festaiola della società italiana, per raddrizzare il sentimento etico dei cittadini piegato e piagato da decenni di degradante cultura berlusconiana. Lo chiedono Eugenio Scalfari ed Ezio Mauro, lo chiedono gli illuminati del Palasharp e le donne di piazza del Popolo, lo invoca insomma l'Italia migliore, quella che resiste coraggiosamente, a testa alta, alle sirene della tv commerciale, al velinismo, alla tentazione diabolica del successo facile ottenuto grazie alla bellezza del corpo.
Rosy come la Nemesi del Cavaliere, dunque? Lo dice a chiare lettere Filippo Ceccarelli su Repubblica: «In un Paese inzaccherato, corrotto e screditato dal bunga bunga, si comincia ad avvertire la necessità di modelli culturali e antropologici tali da riequilibrare l'andazzo». Sarà certamente d'accordo anche Famiglia Cristiana, che da lunga pezza mette in guardia i credenti dalla malia berlusconiana che nuoce all'anima e imbarbarisce i costumi. Del resto, se l'urgenza numero uno per l'Italia è un «modello antropologico» alternativo a quello proposto dal Maligno che continua ostinatamente ad occupare Palazzo Chigi, la scelta della Bindi come candidata alla presidenza del Consiglio è, con tutta evidenza, la migliore che si possa fare.
E la grande alleanza, con lei al comando, diventerebbe addirittura santa. Vuoi mettere infatti la cattolicissima Rosy con l'orgogliosamente gaio Nichi Vendola, o con Pier Luigi Bersani che odora ancora di comunismo, o persino col bel Pier Ferdinando Casini, sodale del Cavaliere per tanti anni e solo ultimamente convertitosi sulla retta via dell'opposizione? Per tutti costoro, con la Bindi non ci sarebbe davvero partita. Perché il suo antiberlusconismo non è soltanto politico. Non è soltanto culturale. E non è nemmeno soltanto antropologico. Il suo è, in primis e sopra ogni cosa, antiberlusconismo teologico. E' la lotta del Bene contro il Male. Della Rettitudine contro il Peccato. Della Virtù contro il Vizio. Della Coerenza contro l'Incoerenza. E peccato soltanto che questa visione assomigli più al manicheismo che al cattolicesimo, altrimenti Rosy avrebbe già radunato attorno a sé, con sommo gaudio dei Paolini, tutto il popolo di Dio. Anche coloro che si ostinano inspiegabilmente a votare il leader del centrodestra nella tradizionale convinzione che ciò che conta, per giudicare un politico, sono i provvedimenti presi nel nome del bene comune più che il comportamento privato, per il quale si ritiene giusto affidarsi al confessore invece che alla piazza o ai tribunali del popolo.
Ciò non toglie che nessuno meglio della Bindi, per i motivi detti, potrebbe guidare l'ultima crociata contro l'Infedele. «Una donna austera, anche nell'abbigliamento», con la spada in una mano e la clessidra nell'altra, ricorda Ceccarelli evocando la Nemesi raffigurata in un quadro di Alfred Rethel. Con queste premesse, resta soltanto da chiudere gli occhi e immaginare che cosa diventerebbe l'Italia una volta salita al potere l'eroica Rosy da Sinalunga. Come verrebbe declinata nel concreto tale «austerità»? Burqa burqa al posto di bunga bunga? Pantalone al posto della minigonna? Tv educational 24 ore su 24? Coprifuoco a mezzanotte per le ragazze, soprattutto per quelle belle? Divieto di scollature, vestiti trasparenti e quant'altro possa indurre in tentazione? Dio ce ne scampi. E ci liberi dal fondamentalismo moralista e dalla Repubblica della Virtù.
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