«Ma a Milano si è svolto il congresso fondativo o quello di scioglimento?», si chiede perplesso un militante di Fli sul sito ufficiale del partito mai nato. E non ci sentiamo di dargli torto, in effetti. Non bastano più i batufolosi editoriali di Flavia Perina, tutti pieni di «Europa» e «modernità», né le picaresche piazzate di Italo Bocchino sul palcoscenico preferenziale di Ballarò o Anno Zero, né gli assoli di laicismo, ripetitivi ad nauseam, di Benedetto della Vedova per ricoprire le pudenda del re, che oggi non solo è nudo, ma, ci accorgiamo, nemmeno ha mai avuto un regno.
Sembrano passate ere geologiche da quel settembre 2010 nel quale tutto il paese attendeva il «discorso fatale» di Mirabello, con tutti noi pennivendoli pronti a riportare finanche le virgole dell'atto costituente della «nuova destra». In effetti, se proprio vogliamo, quello fu l'unico successo personale di Gianfranco Fini negli ultimi anni: riuscire a catalizzare un'attenzione assolutamente spropositata rispetto alla banalità dell'evento.
Oggi tocca alla realtà dire la sua: e la realtà, che ha la testa dura, ci dice che Fli al Senato non avrà con tutta probabilità i numeri per continuare a mantenere un gruppo autonomo. Già sette senatori hanno dato forfait. Mentre alla Camera si va viepiù rafforzando il gruppo dei responsabili consolidando la posizione dell'esecutivo.
Un risultato davvero brillante, a nemmeno una settimana dal primo, tanto anelato «congresso»: Fli rischia di entrare nel Guinness dei primati come partito politico più effimero dell'intera storia repubblicana. La ragione primaria è chiara e semplice: fallite una dopo l'altra le spallate e le gherminelle perpetrate ai danni dell'esecutivo facendo il guastatore dall'interno della coalizione e forte dello schermo fornitogli dal proprio «ruolo istituzionale», Fini ha esaurito la sua funzione politica. Non solo ha perso quasi metà dei costituendi futuristi, ma nemmeno ha saputo sfruttare adeguatamente il supporting di soggetti quali Eugenio Scalfari, Gianfranco Pasquino, Alberto Asor Rosa, Massimo Cacciari Paolo Flores d'Arcais. La «storia regala a Fini un'occasione irripetibile» (Arcais), poiché la sua «destra non cesaristica» (Pasquino), tipica di «un uomo di destra che sa essere non demagogico» (Cacciari), sarebbe stata «un importante passo avanti per la fine del berlusconismo» (Scalfari), fine che «sarebbe dipesa innanzitutto dalle scelte del partito finiano» (Asor Rosa). Ecco: grazie a questo modesto collage sappiamo che in Italia il favore dei soliti «dotti, medici e sapienti» è, una volta di più, garanzia di sicura sconfitta. Ma è indubitabile il fatto che tante belle parole pronunciate da chi ha sempre liquidato il Presidente della Camera come un impresentabile post-fascista abbiano suscitato devota gratitudine e attizzato a dismisura l'ego, già di dimensioni tutt'altro che modeste, del de cuius (politicamente parlando, si intende).
L'ironia somma, però, sta in questo: Fini ha sempre accusato il premier di essere padre-padrone del Pdl, di essere un monarca assoluto che non ammetteva voci fuori dal coro, di essersi creato un partito su misura del quale è unico dominus. Bene: Fini ha dimostrato invece tale e tanto spirito democratico da far scappar via a gambe levate sette senatori (senza contare le defezioni precedenti e...future...) che, comprensibilmente e legittimamente, non condividono la linea politica espressa dal «congresso» milanese. Il perché è presto spiegato: non solo Gianfranco Fini ha dimostrato una concezione assolutamente autocratica del proprio ruolo di capobastone, ma ha optato per una scelta politica di indirizzo assolutamente surreale e non tollerabile per chi si riconosce nei valori della destra, ovvero la svolta netta verso sinistra.
La scelta di Italo Bocchino come vicepresidente e di Benedetto della Vedova come capogruppo ne sono segno più che evidente: il primo, che è passato con nonchalance dal «Berlusconi è un genio!» di qualche mese fa al «Berlusconi dimettiti» di oggidì, dimostra un camaleontismo tutto partenopeo tale da renderlo pontiere perfetto per suggellare il più «storico dei compromessi» (Aldo Moro ci perdoni...) con il Pd, debitamente supportato dal secondo che a sinistra piace tanto, ca va sans dire, per le sue profonde riflessioni inerenti alla possibilità che ai transessuali sia consentito di insegnare all'asilo infantile. Come dire, il braccio e la mente.
Per questo non possiamo non rilevare la pesante caduta di stile di Gianfranco Fini che, nonostante l'autosospensione da Presidente di Fli, dismette momentaneamente i panni di terza carica dello stato e in qualità di «leader» firma un editoriale greve di bile sul Secolo d'Italia ove liquida con parole di commiato tutt'altro che gentili i senatori transfughi, subordinando la loro dipartita alle disponibilità finanziarie del premier. Un'uscita davvero poco dignitosa, quella di Fini, poiché era ed è evidente che quanti si riconoscono in una storia ed in una tradizione politica ben specifica possono certamente aprirsi a nuovi afflati, ad una ridefinizione in termini più moderni della propria, comunque rispettabile, ideologia, ma non al punto da violentare se stessi e la propria storia. Non al punto di riconoscerci in un non-partito tagliato su misura nemmeno di un uomo...ma del suo portavoce...
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