Alla «giornata della collera» annunciata in Libia per il 17 febbraio, il regime di Muammar Gheddafi ha risposto il giorno prima con manifestazioni filo-governative a Tripoli, la capitale, mandate in onda incessantemente dalla televisione di Stato. Questo non ha dissuaso i dimostranti, che la mattina del 17 hanno invaso le strade di molte città. A Bengasi, capitale della Cirenaica, e ad al Beida si sono avuti gli scontri più violenti con le forze dell'ordine, aggravati dall'intervento di civili armati, sostenitori di Gheddafi, che a loro volta hanno attaccato i manifestanti. In tutto, alla sera, si sono contate 24 vittime. Numerosi inoltre sono i feriti e decine gli arresti. Notizie dell'ultima ora parlano di nuove violenze a Bengasi e al Beida e di un clima sempre più teso.
Dopo quanto accaduto in Tunisia e in Egitto, la prudenza suggerisce di non azzardare previsioni sui prossimi sviluppi in Libia, così come in Yemen, Algeria, Bahrein. Le analogie sono evidenti. Ben Ali ha governato la Tunisia dal 1987, Hosni Mubarak, in Egitto, dal 1981. Muammar Gheddafi è al potere addirittura dal 1969, il che fa del suo il più longevo regime dell'Africa e dei Paesi arabi. Dispone, come Ben Ali e Mubarak, di un imponente ed efficace apparato repressivo e, come è stato confermato nelle scorse ore, non manca di servirsene.
Benché la Libia disponga di ricchezze tali da offrire a una popolazione di soli 6,5 milioni di abitanti un benessere pari a quello della Norvegia e di altri Paesi produttori di petrolio, tra le ragioni di scontento delle masse urbane vi è il disagio per condizioni di vita insoddisfacenti. Non c'è confronto con i livelli di povertà dei Paesi esportatori di petrolio dell'Africa subsahariana. Per dare un'idea del divario, la Nigeria, ad esempio, primo produttore di petrolio fino a due anni fa (poi scavalcata dall'Angola) occupa il 142° posto nell'Indice di sviluppo umano dello United Nation Development Program, Undp, mentre la Libia si trova al 53°, tra gli Stati ad alto sviluppo umano. Il Pil procapite della Nigeria è di 2.289 dollari (ma il 70% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno), mentre quello della Libia raggiunge quasi i 17.000 dollari.
Ma - e lo dimostra il caso della Tunisia, anch'essa collocata dall'Undp tra i Paesi ad alto sviluppo umano - nell'insofferenza di una popolazione contano molto la percezione delle differenze economiche e del controllo sociale subito e la frustrazione, le aspettative deluse. D'altra parte, nel valutare la stabilità del regime di Gheddafi va considerato il fatto che la caduta di Ben Ali e di Mubarak è stata il risultato di una prova di forza ai vertici militari e politici: in sostanza, si è trattato in tutti e due i casi di un colpo di Stato messo a segno approfittando delle sommosse popolari.
Quanto alle conseguenze della scomparsa di Gheddafi, l'Italia sarebbe la prima a risentirne. Il primo timore riguarda l'eventuale mancato rispetto del Trattato d'amicizia, partenariato e cooperazione stipulato nel 2008 dal governo Berlusconi, che, oltre a consistenti accordi di partenariato economico, prevede impegni precisi da parte di Tripoli per contenere la tratta di esseri umani attraverso il Mediterraneo. Se venissero meno per la caduta di Gheddafi, l'Italia potrebbe sospendere la restituzione dei risarcimenti chiesti dal leader libico per i danni materiali e morali del regime coloniale. Ma questo non rimedierebbe ai danni economici, e non solo, derivanti da un afflusso incontrollato di immigrati clandestini: come è noto, fenomeno già in atto in seguito alla crisi tunisina.
Lo scenario è reso più preoccupante dall'incertezza sulla capacità dell'Unione europea di reagire alla crisi nordafricana e mediorientale, soprattutto nel caso di un'affermazione decisiva dei Fratelli Musulmani. Non lascia presagire niente di buono il fatto che il Consiglio europeo non abbia accolto la proposta giustamente avanzata dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di convocare una riunione urgente per discutere come affrontare l'emergenza immigrazione.
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