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Numero 476
del 22/05/2012
La giustizia italiana tra leoni e leonesse PDF Stampa E-mail
! di F. N.
@ragionpolitica.it
  
sabato 19 febbraio 2011

giustizia_inchieste.jpg«I giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono». Questa frase di Francis Bacon viene così commentata da Luciano Violante nel suo ultimo libro Magistrati: «Il rapporto fra politica e giustizia resta difficile ancora oggi. Il trono ambisce a schiacciare i leoni. I leoni manifestano una certa propensione a sedersi sul trono. Solo una solida, laica coscienza istituzionale può garantire il raggiungimento di un equilibrio democratico». Se ne desume che il problema che maggiormente affligge la nostra democrazia oggi è il corto-circuito giudiziario, ovvero una rapporto dialettico assolutamente malsano tra politica e magistratura, con una scriminante a favore della prima, se vogliamo: l'abolizione delle guarentigie previste dai padri costituenti nell'articolo 68, ovvero la tanto vituperata «immunità parlamentare», ha completamente sperequato il sistema, degradando de facto la politica ad un ruolo ancillare rispetto alla magistratura. La nostra Costituzione, per come fu immaginata e redatta, presenta senz'altro limiti e aporie, ma, proprio perché figlia del pluralismo politico, teneva in massimo riguardo l'equilibrio e il bilanciamento tra poteri. E, se da un lato, è stata talvolta ostacolo al progresso del Paese, poiché per la sua struttura rigida e anelastica non poteva consentire rapidi adeguamenti nei confronti di un mondo in rapidissimo cambiamento, dall'altro ha sicuramente fornito, proprio per questa sua fissità, valido argine ai velleitarismi autocratici, da qualunque matrice essi originassero. L'abrogazione dell'articolo 68 nel 1993 fu pertanto una scelta insana, adottata da una parlamento vittima della paura, dell'ipocrisia e, non ultimo, dell'opportunismo politico: oggi il «trono» di cui parlava Bacon non esiste più. Esiste l'arena ed esistono i gladiatori sottoposti alla damnatio ad bestias.

Sempre Violante, infatti, non usa mezzi termini equiparando la situazione politico-giudiziaria italiana a quella dei Paesi sudamericani: «L'informazione dedica spazi spropositati alla cronaca giudiziaria, non solo per la rilevanza oggettiva dei fatti; c'è un intreccio malato tra indagini e informazione. Nell'antichità era pubblica l'esecuzione della pena che dimostrava la potenza del principe. Nell'età moderna la pubblicità riguarda il dibattimento che dimostra l'equità e la controllabilità del processo. Oggi, nell'età dei mezzi di comunicazione, non abbiamo ancora stabilito il giusto equilibrio tra riservatezza delle indagini, tutela dei diritti delle persone coinvolte e diritto dell'opinione pubblica di conoscere e controllare. L'accertamento delle responsabilità arriva troppo tardi. Interessano solo le indagini. Per l'assenza di chiari principi di responsabilità politica e morale da noi prevale la responsabilità penale, con confusione tra reato, peccato, condotta politicamente inaccettabile. Altrove il giudizio penale è distinto dal giudizio politico e da quello morale... Cose del genere avvengono solo in Italia e in alcuni Paesi del Centro e Sudamerica» (Corriere della Sera del 10/2/2011).

Violante pone pertanto il fulcro della questione sulla violazione sistematica della disciplina inerente alla riservatezza delle indagini, violazione manifesta della quale non risponde, contra legem, nessuno: non le procure, non i singoli magistrati, non i giornalisti. Questo fenomeno aberrante, oltre a mescolare in un unico calderone reato, peccato e condotta politicamente disdicevole, è propedeutico alle condanne sulla pubblica piazza, che precedono di mesi o anni le sentenze passate in giudicato, siano esse di assoluzione o colpevolezza. Giudicare quest'ultimo aspetto come casuale e involontario non è semplicemente plausibile: come minimo non esiste alcun percepibile interesse da parte degli organi competenti a tutelare la segretezza delle indagini. Possiamo anzi arrivare a supporre lecitamente che la leva mediatica venga teleologicamente individuata come strumento principe, in casi non infrequenti, per colpire l'imputato, soprattutto là dove la consistenza delle prove a carico sia quantomeno «friabile». Questo per una semplice ragione: mentre una condanna giudiziaria in primo grado è appellabile, la condanna sulla pubblica piazza non lo è mai. E' per questo che il nostro codice di procedura penale prevede tassativamente un determinato iter per la raccolta delle informazioni di reato, per l'acquisizione degli elementi probatori e, soprattutto, per la formazione della prova in base alla valutazione dei medesimi, che può solo avvenire in fase dibattimentale, non prima.

Ma queste, alla luce dei fatti, sono vetuste considerazioni che vanno bene per le ammuffite aule universitarie, nelle quali qualche sparuto docente di filosofia del diritto o di teoria generale del diritto prova ad inculcare, purtroppo inascoltato, i principi genetici fondamentali di una ormai archeologica civiltà giuridica. Se non ci credete, fatevi un giro su Facebook: migliaia di penalisti in erba, che mai hanno avuto occasione di sfogliare i manuali di Giovanni Tarello o Ronald Dworkin, ma che si sono debitamente «formati» sulle pagine de Il Fatto quotidiano e L'Espresso, hanno già scritto la sentenza, con tanto di motivazioni, per un processo che neppure è iniziato. Questi «giudici popolari onorari» hanno già individuato nell'applicazione della pena accessoria al presidente del Consiglio, ovvero l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, la strada che le leonesse milanesi (baconianamente intese) dovranno perseguire. Non solo. La pagina web del Popolo Viola ha pubblicato un diktat imperativo rivolto a tutti i propri simpatizzanti: nessuna manifestazione sia organizzata davanti al palazzo di giustizia milanese il 6 aprile prossimo, per impedire che i legali di Berlusconi possano invocare la legittima suspicione e far così trasferire il processo presso altra procura. Questa è la «civiltà giuridica» propria di quanti, avendo avuto a disposizione atti di indagine riservati, si sono contemporaneamente autonominati pubblici ministeri e collegio giudicante.

Ora, viene spontaneo chiedersi che cosa succederebbe se la sentenza di primo grado del tribunale milanese divergesse da quella già scritta dai livorosi «giudici telematici». E, in caso contrario, se cioè la sentenza si limitasse alla vidimazione notarile di certo «popolar sentire», quale credibilità avrebbe un tale dispositivo giudiziario. Sono interrogativi non di poco conto, tanto che, dopo esserseli posti Piero Ostellino, anche un noto non simpatizzante del Cavaliere come Sergio Romano se li pone nell'editoriale del Corriere del 16 febbraio: «Non è necessario essere berlusconiano o elettore del Pdl per assistere con disagio a certe iniziative della magistratura inquirente... Esiste un pericoloso cortocircuito tra politica e magistratura, un nodo che risale alla stagione di Mani Pulite e che non siamo ancora riusciti a sciogliere». Per Romano, comunque, il presidente del Consiglio dovrebbe sottoporsi a giudizio, ma per una ragione del tutto particolare: «Deve evitare che questa legislatura finisca in un'aula di tribunale. Il solo modo per impedire che questo accada è quello di governare accettando, giorno dopo giorno, il confronto col parlamento. Se dimostra di avere una maggioranza nessuno, se non una sentenza definitiva, può impedirgli di restare a Palazzo Chigi. Se la maggioranza non è sufficiente occorre tornare alle urne. In ambedue i casi avremo dimostrato che la politica non si fa nei palazzi di giustizia, ma nei parlamenti e nei seggi elettorali». Romano pone una questione centrale: è fondamentale, indipendentemente dal colore politico di appartenenza e dalle antipatie personali, che non si crei un pericolosissimo precedente, ovvero che in Italia, per la prima volta, si faccia cadere un governo dentro all'aula di un tribunale. Solo la più folle e forsennata miopia politica può far auspicare un'ipotesi di questo tipo da parte di alcuni esponenti dell'opposizione: rappresenterebbe un punto di non ritorno esiziale per la nostra democrazia e la demolizione completa di ogni residuale capacità di reazione di fronte agli artigli dei leoni... e delle leonesse.




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Commenti (1)
1. 20-02-2011 15:49
Il popolo č sovrano..........
Il popolo ed i suoi rappresentanti sono sovrani e non i giudici! I magistrati non sono tenuti a rispettare la Costituzione????? 
Difendiamo il popolo,la democrazia,la Costituzione!!!
Scritto da Tarzan

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