Proponiamo ai lettori un intervento del coordinatore nazionale del Popolo della Libertà e ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, pubblicato sul Foglio del 23 febbraio 2011.
Caro Direttore, proprio nel momento in cui siamo immersi in un contesto politico di massima conflittualità, che impedisce ogni confronto di merito e che tutto livella e ottunde, la Sua posizione sul testamento biologico rende possibile e sollecita una riflessione coraggiosa anche da parte dei cattolici e dei laici che si riconoscono nel cosiddetto schieramento di centrodestra.
In questi anni non abbiamo esitato a schierarci a favore della difesa della vita, ben sapendo, tuttavia, che coloro che non la pensano come noi non possono essere rinchiusi in una posizione specularmene opposta. Il nostro impegno a favore delle ragioni della vita coincide con il rifiuto della cultura del relativismo etico, con la critica del dominio della tecnica su ogni aspetto della vita umana e con l'accento posto sul valore del concetto di libertà come relazione con gli altri esseri umani e come responsabilità nei confronti di se stessi e della comunità alla quale si appartiene.
Questa posizione non è esclusiva dei cattolici o dei credenti in quanto tali, ma è condivisa anche dai cosiddetti laici e da quanti si pongono domande e interrogativi sul nostro destino umano e sul senso della vita e della morte. Nella mia esperienza politica, infatti, ho sempre cercato di rendere possibili momenti di riflessione comune fra laici e credenti, nella convinzione che solo superando vecchi steccati si potesse giungere a soluzioni condivise ma anche più mature e umanamente ricche.
E' il caso soprattutto del testamento biologico, una sfida che interpella tutti, e che richiede innanzitutto di accantonare soluzioni preconcette a favore di un rigoroso esame di merito di questioni scientificamente complesse e di un paziente ascolto delle ragioni di tutti. Per me difendere le ragioni della vita, nello specifico, significa da una parte rifiutare il principio dell'eutanasia, che può assumere forme esplicite e, molto più spesso, forme coperte e mascherate, e, dall'altra parte, respingere anche un vero e proprio accanimento terapeutico, che lo sviluppo della tecnica oggi rende possibile fino a limiti estremi e innaturali.
Per questo sono d'accordo con Lei quando sottolinea che il punto debole dell'attuale legge in discussione alla Camera è rappresentato dalle questioni dell'idratazione e della nutrizione artificiale di persone in stato vegetativo, considerate come trattamenti medici obbligatori e vincolanti. La mia opinione in merito, che ho illustrato anche nel corso del primo congresso fondativo del nostro movimento politico, è che quando si verificano certe condizioni, la decisione debba essere presa, con cristiana umanità e con sana ragionevolezza, rispettando la volontà espressa precedentemente da ciascuno i noi, insieme ai medici e ai familiari, come si usava non molto tempo fa, quando si interrompevano le cure ospedaliere e si permetteva che i malati potessero trascorrere gli ultimi momenti della propria vita a casa propria, circondati dall'affetto dei parenti.
Sono convinto che questo approdo non confligge affatto con i principi ai quali siamo educati dalla Chiesa cattolica, e potrebbe essere accettato anche da coloro che, pur non essendo credenti, non sottovalutano la necessità di difendere le ragioni della vita fino all'ultimo momento possibile e accettabile secondo la nostra ragione e il nostro sentimento religioso.
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