Il fuoco della ribellione che, nelle ultime settimane, sta divampando sugli Stati africani che si affacciano lungo le sponde del Sud del Mediterraneo, e che ha esteso le sue «fiamme» anche in alcuni paesi del Golfo Persico, sta per scrivere una nuova pagina di storia, ricca di incognite e di sfide i cui esiti, per noi occidentali, sono ancora imprevedibili. Dalla Tunisia all'Egitto, dal Marocco all'Algeria e alla Libia l'ondata si è estesa, come detto, anche al Golfo arabo: dal Barehin allo Yemen e sino all'Iran, dove sembra volersi ricostituire quell'Onda Verde che il regime di Amhadinejad aveva represso nel 2009.
Ciò che accomuna questi Paesi è l'insofferenza verso regimi di potere non più digeriti dalla popolazione, ma non si può fare a meno di rimarcare come le proteste che hanno preso corpo si siano sviluppate in contesti nazionali differenti. Se, ad esempio, rivolgiamo il nostro sguardo al Nord Africa non possiamo non sottolineare la differenza profonda che distingue i popoli tunisino o egiziano da quello libico: mentre i primi due sono caratterizzati da una cultura nazionale e da un'impronta etnica più omogenea, i libici si sentono molto legati, prima di tutto, alle loro storiche tribù, che sono oltre 100: le più grandi, attorno a cui gravitano altre sotto-tribù, sono i Warfalla, i Ghadafa, i Meqarha e gli Zuwayya. Esse sino ad ora erano state tenute insieme dal potere di Gheddafi attraverso un intricato sistema di alleanze che faceva perno sulla spartizione dei proventi del petrolio.
In sostanza, il fatto che la Libia sia caratterizzata da una commistione di culture arabe, berbere e africane fa sì che questo Paese sia più esposto di altri al rischio di una decomposizione, tanto più alla luce del fatto che, come ha sottolineato durante la puntata di Porta a Porta di martedì l'algerino naturalizzato italiano Khaled Fouad Allam, ricercatore universitario presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Trieste, la Libia non è mai stata strutturata da Gheddafi come una vera e propria organizzazione statuale, ed infatti il Congresso del popolo non è assimilabile ad un'assemblea parlamentare.
Ed è proprio la diversità dell'assetto politico e sociale di questo Paese che fa temere a molti osservatori che alla guerra civile, ormai in corso, faccia seguito una secessione organizzata su basi etniche e tribali. La città di Tobruk è praticamente autonoma già da qualche giorno ed è già stata rivendicata la nascita di un nuovo emirato in Cisgiordania.
A destare molta preoccupazione, inoltre, è lo spettro delle infiltrazioni del fondamentalismo islamico: come ha spiegato il professor Khaled Fouad Allam, la Libia, pur accettando il Corano, a differenza degli altri stati arabo-islamici sunniti rifiuta la Sunna (la tradizione profetica), «ritenendola l'origine del ritardo delle società musulmane». Questo aspetto, sempre secondo quanto riferito dallo studioso, avrebbe emarginato la Libia e Gheddafi rispetto al resto della comunità islamica.
Di fronte a questo scenario, davvero inquietante, è difficile capire quali potranno essere gli sviluppi: certo è che, come ha riferito lo stesso professore algerino, alto è il rischio che, se la Libia dovesse decomporsi del tutto, essa possa trasformarsi in una piattaforma logistica in cui possano annidarsi i gruppi terroristici dell'Aqmi, l'Al-Qaeda del Maghreb islamico, che senz'altro vedono nella Libia un Paese che può vantare una posizione geografica utile a farli agire sia in direzione del mondo arabo sia verso l'Africa subsahariana.
La Libia, inoltre, grazie alla sua posizione, rappresenta un canale di passaggio ideale per i flussi migratori che provengono dal Sud, da paesi quali Ciad, Niger, Sudan, Mali, ecc. Già adesso un terzo della sua popolazione, circa due milioni e mezzo di persone, è di origine subsahariana e lavora lì: il rischio è che, se la situazione dovesse deteriorarsi, quelli che perderanno l'occupazione potrebbero decidere di emigrare verso Nord, scatenando un onda umana che andrebbe a infrangersi con veemenza sulle coste europee, dove l'Italia, per motivi logistici, sarebbe quella tragicamente più esposta. Come ha riferito il ministro degli Esteri Frattini, in questo momento «ci è impossibile immaginare un futuro», «non abbiamo davvero alcuna idea di cosa possa succedere dopo la caduta della Libia»: ma «sappiamo cosa ci aspetta quando verrà giù il sistema paese Libia: un'ondata anomala di 2-300 mila immigrati», si tratterebbe di «un esodo biblico».
In questo quadro è chiaro che l'Italia, così come gli altri Paesi del sud del Mediterraneo più esposti quali Spagna, Grecia e Portogallo, non può agire da sola. L'imperativo, in questo momento, è che l'Europa intervenga con decisione: non solo garantendo risorse economiche per far fronte alla gigantesca ondata migratoria che potrebbe riversarsi sul Vecchio Continente, facendosi carico di distribuire i flussi nei diversi Paesi membri, ma anche varando nuove politiche europee di aiuto verso la transizione. In questo frangente è fondamentale che i singoli stati e le istituzioni internazionali guardino alla situazione libica, e a quelle limitrofe e circostanti, con un approccio più ampio, poiché le dinamiche di questa crisi avranno un impatto che non inciderà solo sull'area mediterranea ed europea, ma che si estenderà anche a livello globale.
La Libia, come sappiamo, è il secondo produttore di petrolio dell'Africa e il quarto fornitore di idrocarburi dell'Europa, per questo motivo i governi italiani, sia di sinistra che di destra, hanno sempre considerato questo paese un alleato strategico. E' dagli anni '90, con Dini, D'Alema, Prodi e Berlusconi poi che tutti i governi hanno sempre cercato di salvaguardare l'interesse energetico nazionale. Per questo stupisce l'atteggiamento demagogico di chi, a sinistra, ora, mistificando la realtà, tenta di strumentalizzare la vicenda libica per attaccare nuovamente il premier, che viene colpevolizzato per aver mantenuto la linea diplomatica che l'Italia ha sempre adottato negli anni nei confronti dello Stato africano e per aver siglato il Trattato di amicizia e partenariato con la Libia che lo stesso Pd aveva approvato in Parlamento nel 2008.
In questo momento, come ha riferito il presidente del Consiglio Berlusconi, l'Italia è in contatto con i leader europei ed americani per esaminare la situazione in Libia e negli altri Paesi del Nord Africa. Il premier ha tenuto a rimarcare come «la comunità internazionale dovrà vigilare per evitare che la situazione non evolva in una direzione pericolosa, con il fondamentalismo islamico che prevale negli assetti futuri di questi Paesi». L'Italia, da parte sua, «condanna le violenze, ma è anche accorta su quello che succederà dopo». Il premier ha poi aggiunto: «Prendiamo atto con grande piacere che il vento della democrazia è soffiato in quei Paesi, che ha svegliato soprattutto tanti giovani che vogliono entrare nella modernità, che vogliono essere liberi, che armati del loro coraggio di internet hanno dato il via a questi sommovimenti. L'attenzione è che non ci siano violenze ingiustificate e che non ci siano derive che dovessero recepire un dogmatismo anti-occidentale come nel fondamentalismo islamico».
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