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Numero 476
del 22/05/2012
Le insostenibili contraddizioni di Fini PDF Stampa E-mail
! di Francesco Natale
natale@ragionpolitica.it
  
giovedì 24 febbraio 2011

410-25.jpgVorremmo poter dire che le interviste blindate rilasciate dal Presidente della Camera all'Espresso e ad Anno Zero sono state interessanti. Vorremmo poter dire che hanno contribuito a fare chiarezza sull'agenda politica personale di Gianfranco Fini. Vorremmo infine poter dire che le ultime parole del leader di Fli hanno determinato e delimitato le coordinate entro le quali si stabilizza definitivamente la sua posizione politica. Vorremmo poter dire tutte queste cose ma, semplicemente, non possiamo.

Per l'elementare ragione che Gianfranco Fini non solo non ha detto nulla che già non si sapesse ampiamente, ma non ha detto, politicamente, nulla tout court. Più interessante, casomai, risulta lo sforzo notevole che Marco Damilano per l'Espresso e l'inossidabile Ruotolo per Anno Zero hanno fatto per costruire una bella e vendibile cornice per un quadro che non esiste: da giornalisti si sono convertiti in spin doctors. Con risultati non proprio brillanti. Vediamo perché.

Come ha rilevato l'Onorevole Maurizio Lupi, Fini l'ha sparata grossa: nel bilioso editoriale della settimana scorsa pubblicato sul Secolo d'Italia il Presidente della Camera è arrivato a dire che l'emorragia parlamentare che Fli sta subendo è dipesa esclusivamente dal potere mediatico e finanziario di Berlusconi. Dopo essersi accorto che il suo ruolo istituzionale, che dovrebbe in primo luogo garantire imparzialmente la dignità e la credibilità di ogni parlamentare, era totalmente incompatibile con affermazioni di questo genere, ha dovuto fare repentina marcia indietro, trovare adeguata vetrina mediatica e rettificare, specificare, distinguere.

Eccolo quindi ridotto a fare l'esegesi di se stesso: «Mai si è visto un presidente della Camera denunciare l'esistenza di deputati disposti alla campagna acquisti»; ma Fini puntualizza: «Mi sono meravigliato a vedere le mie frasi così tradotte: deputati comprati. Il mio ragionamento è più ampio: il conflitto di interessi esiste, lo sa bene anche la sinistra che quando ha governato ha ignorato la questione, in una fase in cui la messa all'indice di chi si oppone diventa il tratto distintivo, contrastare il gigante comporta gravi rischi» (L'Espresso).

Dopo aver definito, quindi, i transfughi di Fli degli «allucinati in malafede», Fini inverte la rotta e sostiene la tesi che essi abbiano agito per paura di «contrastare il gigante». Forse era più semplice e dignitoso ammettere, per amor di verità, che a tanti ex compagni di An una «destra» tutta appiattita sulle cosiddette «battaglie civili», notoriamente l'ultima spiaggia a cui approdano le sinistre fallimentari, non era più una destra ma, al più, una copia malriuscita su scala movimentista del Partito Radicale. E dissentire, in rispondenza alle proprie radici storiche, culturali, politiche dal diktat neo-radical di Fini e dei suoi colonnelli implica la «malafede» o lo stato di «allucinazione». Un giudizio come minimo ingeneroso, oltre che autolesionista.

Interessante, poi, questo passaggio dello showcase costruito ad arte da Damilano: «(...)Oggi, però, imprevedibilmente il principale nemico dell'uomo di Arcore è diventato il leader della destra italiana, ieri delfino in pectore, ora accusato di ogni nefandezza, compresa quella di aver stretto un patto occulto con le toghe per bloccare ogni riforma sulla giustizia». Sempre per amor di verità questo capoverso sarebbe da riscrivere da cima a fondo, a cominciare da quell'avverbio: «imprevedibilmente». A partire dal conflitto aperto con il Ministro Tremonti durante il secondo Governo Berlusconi, Fini si è progressivamente smarcato dall'alveo del centrodestra, alla costante ricerca di un maggiore ruolo (evidentemente quello di Ministro degli Esteri non gli era sufficiente...). Ulteriore riprova di questo smarcamento consiste nell'aver disertato completamente la campagna elettorale per le amministrative, oltre che nell'aver creativamente interpretato il proprio ruolo istituzionale.

In secondo luogo, chi mai avrebbe attribuito a Fini il ruolo di «leader della destra italiana»? Fino a prova contraria il leader della destra italiana, ovvero colui che ne ha raccolto, difeso e propagato l'eredità si chiama Francesco Storace. Una puntualizzazione non di poco conto, se permettete. Quindi, che significa «delfino in pectore»? Ad oggi non è mai esistito nessun «delfinato» nel contesto del centrodestra. Forse nella mente di Fini sì. Ma assodato che il pensiero del leader neo-radical non ha capacità demiurgiche, nessuno lo ha mai investito di tale ruolo successorio, né all'interno del Pdl, né all'interno del blocco sociale che a tale partito fa riferimento.

Passiamo oltre e leggiamo, una volta di più, ciò che è ovvio e risaputo, anche se finora mai espresso a chiare lettere: «Io vado fiero di aver esercitato, nella fase in cui ero determinante nel Pdl, un notevole potere di interdizione per bloccare presunte riforme che non avevano nulla a che fare con l'interesse generale». Quindi Gianfranco Fini è fiero di aver esercitato un «notevole potere di interdizione» di fronte alla riforma derl federalismo fiscale, alla riforma della giustizia, ecc. Una confessione in piena regola, insomma. Ma leggendo tra le righe, si coglie ben di più: in primo luogo rileviamo con una punta di inquietudine che unico e assoluto conoscitore dei criteri che qualificano un provvedimento come rispondente ad un «interesse generale» è Fini. Anche se un intero Governo e la maggioranza del Parlamento la pensano diversamente da lui. Quindi l'ambiguità al limite dell'ipocrisia di quella specificazione: «nella fase in cui ero determinante nel Pdl». Come a dire: oggi che sono Presidente della Camera non esercito più alcun potere di interdizione e la mia assoluta imparzialità non è in discussione. I fatti dicono l'esatto contrario: se poi detto potere di interdizione sia direttamente esercitato attraverso le costanti esternazioni extra-parlamentari in totale contrasto con l'agenda politica del Governo o indirettamente attraverso, ad esempio, l'onorevole Giulia Bongiorno che smantella pezzo dopo pezzo il decreto contro l'abuso delle intercettazioni, nulla cambia.

Per aumentare il già considerevolmente alto livello di entropia linguistica proprio delle sue esternazioni, ecco che Fini arriva ad autocontraddirsi nella stessa frase, ieri sera dal palcoscenico di Anno Zero: «Non ci sarà mai un'alleanza elettorale che vada dal terzo polo a Sinistra e Libertà. Futuro e libertà si colloca nell'ambito dei valori del centrodestra che sono mortificati o dimenticati da Berlusconi, ergo siamo alternativi alla sinistra e la sinistra è alternativa a noi».  «Quindi - ha concluso il leader di Fli - non ci sarà una lista comune alle elezioni ma semmai un'intesa nel momento in cui si ravvisi la necessità di riformare il Paese, perché sulle regole ci deve essere un accordo largamente condiviso».

Sarebbe curioso innanzitutto capire quali siano questi «valori» del centro-destra «mortificati» da Berlusconi: se per «valori» intendiamo la cittadinanza automatica agli extracomunitari, il laicismo azionista, l'eutanasia selvaggia, il problema non si pone. E'impossibile «dimenticare» o «mortificare» suddetti disvalori, per il semplice fatto che contrariamente a quanto pensa Fini questi ultimi non sono mai stati propri del centrodestra. Quindi, il meglio: nessuna alleanza con la sinistra di qualunque specie. Stiano rassicurati gli elettori. Al massimo si arriverà ad una «intesa» qualora sia necessario «riformare il paese». E suddetta «intesa» che carattere mai potrebbe avere se non quello di alleanza politica e programmatica? Fini pensa davvero che la sua moral suasion, forte del 3,5% che pesa Fli nei sondaggi più accreditati, sia tale da convincere la sinistra ad ascoltarlo senza obbligarlo a far confluire i suoi molto ipotetici voti nella scalcinata cassaforte P-Dem?

Assodato che è necessario ed impellente riformare il paese, riteniamo che sia preposto a farlo solo ed esclusivamente chi ha ricevuto mandato in tal senso dagli elettori, non chi pensa di porsi, come deus ex machina, a capo di «intese» surreali e apertamente contrastanti col mandato popolare. In definitiva, l'unico dato tristemente interessante è questo: Fini tenta di spacciarsi come il «volto nuovo» della destra italiana. Si tratta in realtà solo di un costrutto mediatico, una specie di automa giocattolo che, pur simulando una qualche intelligenza artificiale, ripete pedissequamente le stesse frasi, contraddittorie nella migliore delle ipotesi, completamente spoglie di ogni contenuto politico nel peggiore.




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Commenti (3)
1. 26-02-2011 15:30
Le contradizioni di Fini
Fini prima Presidenzialista ora 3° Polista. Ogni uomo ha un inizio e una fine. Appunto, Fini è finito nel 1992.
Scritto da Manfredo
2. 27-02-2011 01:27
non voltiamo le spalle a Gheddafi
l'invidia per il savoir faire di Berlusconi è un gravame troppo plateale per evitare a Fini di essere abbandoNATO nella sua torre d'avorio
Scritto da re della foresta
3. 27-02-2011 15:36
ma stufato fini
il sottoscritto non vede più i programmi in tv di:  
santoro - lilli gruber - giovanni floris - e tanti altri. 
non credo sia giusto chiudere la televisione, uno che ha sempre pagato l'abbonamento della tv per non guardare certa schifessa. 
e basta con questo fini tanto è alla fine fini Nazzario
Scritto da nazzario.blasi

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