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Numero 476
del 22/05/2012
Fine vita. Meglio una legge che una sentenza della magistratura PDF Stampa E-mail
! di G. B.
@ragionpolitica.it
  
venerdì 25 febbraio 2011

eluana_100.jpgSulla questione della legge riguardante il cosiddetto «testamento biologico» occorre essere chiari, partendo da un punto incontestabile: se non vi fosse stata la sentenza della magistratura che, come ha scritto qualche giorno fa Giuliano Ferrara sul Foglio, «ha condannato a morte Eluana Englaro», non vi sarebbe stato bisogno di una normativa che disciplinasse un momento così delicato come quello del fine vita. Il problema su cui occorre innanzitutto interrogarsi è dunque questo: se sia giusto affidare ad un organismo burocratico qual è la magistratura il potere di decidere sugli ultimi istanti di vita delle persone.

Siamo anche noi d'accordo con l'Elefantino quando scrive che «la morte va affrontata con sensibilità e tatto umani, in una logica se possibile di razionalità» e quando afferma che su questo tema la scelta dovrebbe essere affidata alla libertà del singolo («Credo nell'autonomia della persona, specie in fatto di libertà di cura, e penso che la vita indisponibile debba essere accudita dal soggetto interessato, finché e come può, e dai suoi cari»). Ma è innegabile che la vicenda della povera Eluana abbia oggettivamente aperto un vulnus che può essere rimarginato soltanto attraverso un atto voluto e votato da chi che, ben più dei magistrati, ha la legittimazione necessaria per legiferare su tale questione: il parlamento liberamente eletto dal popolo. In caso contrario, stante il precedente rappresentato dalla sentenza che ha spalancato le porte alla tragica fine di Eluana, è evidente che l'ultima parola spetterebbe soltanto apparentemente al singolo, mentre in sostanza sarebbe appannaggio di un giudice. E ciò è ben più inaccettabile di una legge approvata dalle Camere.

Il punto attorno al quale si è animato il dibattito, come abbiamo più volte sottolineato, è quello riguardante l'impossibilità di indicare nella «dichiarazione anticipata di trattamento» la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione. Il testo della legge, all'articolo 3, prevede infatti che «alimentazione e idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, devono essere mantenute fino al termine della vita, ad eccezione del caso in cui le medesime risultino non più efficaci nel fornire al paziente i fattori nutrizionali necessari alle funzioni fisiologiche del corpo. Esse non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento». E', questo, un atto di dispotismo etico da parte del parlamento? E' una violazione autoritaria della volontà degli individui? E', come ha lasciato intendere il professor Stefano Rodotà dalle pagine di Repubblica, un provvedimento degno di un regime totalitario novecentesco? E', ancora, una legittimazione de facto dell'accanimento terapeutico? A nostro avviso, rispondere a queste domande senza tener conto della storia di Eluana Englaro e della sentenza della magistratura è semplicemente fuorviante, è un modo per bypassare la realtà.

E la realtà, volenti o nolenti, è quella che ha ben spiegato Assuntina Morresi sul Foglio del 24 febbraio: «Allo stato attuale dei fatti, se non si supera la sentenza della Cassazione per la quale Eluana è morta, qualsiasi scritto o videomessaggio o anche solo testimonianza di terzi può essere considerato da giudici compiacenti un valido accertamento di volontà, e potenzialmente eseguibile. In questi due anni non ci sono stati altri casi Englaro perché la legge in discussione ha funzionato da deterrente (se approvata, infatti, renderebbe vano l'eventuale caso giudiziario). Ma le centinaia di testamenti biologici depositati nei Comuni, raccolti da banchetti per strada, affidati ai notai o anche semplicemente in rete, sono tutti potenziali casi giudiziari, predisposti appositamente per applicare la sentenza di Cassazione nel modo più ampio, e cioè rendere valida la volontà in qualunque forma espressa, anche ricostruita ex post».

E' quindi chiaro che, a fronte dei dubbi in merito alla legge in discussione alla Camera, vi è la certezza della sentenza della Cassazione. Per cui la prima e più importante domanda da porsi è la seguente: vogliamo che sia la magistratura a deliberare sulla nostra vita e sulla morte? Vogliamo, cioè, che sia un giudice a stabilire quando è arrivato il momento di «staccare la spina»? Questo sarebbe il vero dispotismo etico. Questa sarebbe la vera violazione della sacralità della persona. Questa sarebbe la vera delega in bianco al potere riguardo alla nostra esistenza. Per dirla ancora con la Morresi, non saremmo di fronte all'affermazione dell'autonomia del singolo, bensì ad una «Repubblica di giudici. Una Repubblica in cui si avrebbero trattamenti differenti a seconda dei tribunali a cui ci si rivolge, e dove, dopo aver consolidato una prassi, gli stessi chiederebbero di "regolamentare quello che già c'è". Tornare indietro non sarebbe più possibile, e l'eutanasia, introdotta surrettiziamente per sentenza, diventerebbe legittima. Una legge come quella in discussione può invece essere un argine, stabilire limiti importanti, e diventare essa stessa uno strumento per una battaglia anche culturale».




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