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Numero 476
del 22/05/2012
Libera scuola in libero Stato PDF Stampa E-mail
! di Francesco Natale
natale@ragionpolitica.it
  
martedì 01 marzo 2011

scuola-2.jpgEsiste tutt'oggi nel nostro paese una pregiudiziale, propria soprattutto della sinistra, assai risalente nel tempo, per la precisione riconducibile ai primordi dell'Illuminismo: il feticismo istituzionale. Già ai tempi di Diderot e D'Alembert, redattori della prima enciclopedia e padri spirituali dell'Illuminismo, si fece strada l'idea in base alla quale le istituzioni create «secondo ragione» avrebbero inevitabilmente migliorato la vita degli uomini. A questa concezione, che tendeva ad attribuire una valenza quasi metafisica alla «istituzione», si contrapponeva la concezione propria del Romanticismo (la corrente letteraria, filosofica e culturale) per la quale le istituzioni in se e per se non significavano nulla qualora si prescindesse dagli uomini che materialmente ne facevano parte, e solo «cambiando il cuore» di questi uomini si sarebbe conseguita una significativa evoluzione sociale.

Va da sé quale delle due concezioni sia maggiormente rispondente ai principi dello stato liberale e quale ai principi caratteristici dello statalismo puro. Oggi in Italia pare che la questione non si sia spostata di un millimetro rispetto alla Francia di fine diciottesimo secolo: esiste una concezione realista di Stato ed una surrealista.

Da un lato c'è chi realisticamente prende atto dei problemi che minano la credibilità, l'efficienza e la virtuosità delle istituzioni e che, di conseguenza, ritiene sia doveroso individuare soluzioni politiche (ovvero figlie del consenso popolare, del dibattito e di un iter costitutivo formalmente e sostanzialmente democratico) al fine di migliorarle, dall'altro lato c'è chi surrealisticamente ritiene la «istituzione» comunque infallibile e intangibile. Si tratta, come dicevamo, di una forma inestirpabile di feticismo, tale per cui per parte significativa dell'opposizione ogni dispositivo di legge che miri a modificare lo status quo istituzionale si configura come empia manomissione, come violazione del sancta sanctorum, come tentativo di sovvertire i pilastri portanti di questa misteriosa religione laica. E' un approccio tipicamente post-illuminista, che vede la prevalenza assoluta della «istituzione» rispetto agli uomini che la compongono, i quali, per il semplice fatto di farne parte, divengono a loro volta infallibili e perfetti.

Il tutto, ovviamente, è rispondente ad un progetto politico ben preciso e definito, un progetto che fonda sul divieto «teologico» assoluto di modificare il nostro assetto istituzionale la propria ragion d'essere. Facciamo qualche esempio concreto: quando la sinistra, fatte salve le meritevoli eccezioni che ci sono, parla di «magistratura» non si riferisce all'insieme degli uomini che ne fanno parte e che, proprio in quanto uomini, possiedono aspirazioni, personalità, idee politiche, desideri e ambizioni, ovvero quell'insieme di elementi genetici propri dell'uomo che non cessano di esistere per il semplice fatto di indossare una toga, bensì si riferisce ad una macchina istituzionale acritica, apolitica, asettica. In una parola: surrealisticamente perfetta. Quindi ogni tentativo realista di critica alla medesima diviene automaticamente «delegittimazione». Stesso discorso può farsi, a maggior ragione, per la Corte Costituzionale, per le autorità di garanzia e, ultimo ma non ultimo, per l'istituzione scolastica.

Su quest'ultimo punto, in particolare, è bene soffermarsi, poiché proprio la recente polemica scoppiata in riferimento alle parole pronunciate dal Presidente del Consiglio sulla scuola denota in maniera estremamente precisa la differenza tra i due approcci politici sopra menzionati. Silvio Berlusconi ha semplicemente preso atto di un problema. Un problema reale, tangibile, evidente. Un problema complesso e sfaccettato, che coinvolge studenti, insegnanti, famiglie.

Il primo aspetto della questione riguarda la qualità dell'offerta formativa: non è plausibile, come è accaduto negli ultimi anni, che i candidati al test di ingresso per la facoltà di medicina non sappiano nulla di nulla e siano indispettiti dalla preminenza che giustamente rivestono nel test le domande di cultura generale rispetto a quelle di carattere scientifico. Parliamo di ragazzi che, come minimo, hanno tredici anni di scuola alle spalle.

Strettamente connesso a questo primo aspetto c'è il ridimensionamento in peius del ruolo dell'insegnante, il quale, a partire dalla riforma Berlinguer, si è trovato di fatto ostaggio delle famiglie, impossibilitato a valutare criticamente il discente (suddetta riforma aveva addirittura abolito per legge le valutazioni numeriche, obbligando l'insegnante ad arzigogoli linguistici come la «quasi sufficienza», qualunque cosa ciò volesse dire...), impossibilitato a bocciare o rimandare a pena di reformatio da parte del Tar.

Lo smantellamento di ogni criterio selettivo ha come prima conseguenza prodotto intere generazioni di «geni incompresi» e ridotto il diploma e la laurea ad una specie di «gratta e vinci». «Vinci» sempre. Come seconda e più drammatica conseguenza ha interamente demandato al mondo del lavoro ogni possibile selezione: non esiste più, quindi, alcuna gradualità né assimilazione progressiva delle sfide cui il mondo moderno sottopone il giovane.

Esiste inoltre, ed è innegabile, un approccio pericolosamente ideologico che ancora anima numerosi libri di testo, i quali forniscono una visione, attenzione, non di parte (cosa al limite pure tollerabile), bensì completamente falsata della storia e della realtà: se Mao Tse Tung viene definito «riformatore agrario», Einaudi e De Gasperi «traditori della patria», le Brigate Rosse «Fascisti inconsapevoli che miravano però alla giustizia sociale», i gulag «un errore di valutazione», Lenin «un sincero democratico», la marijuana «dà un senso di benessere e non ha controindicazioni» (da Il Giornale 28/02), abbiamo decisamente un problema di cui è doveroso prendere atto per fornire adeguati strumenti atti a tutelare studenti e famiglie.

Su tutti, uno: la libertà di scelta nell'optare per una scuola piuttosto che per un'altra, in rispondenza al principio di sussidiarietà ed alla non negoziabile scelta dell'individuo. In ultimo, come ha ben sottolineato il Presidente del Consiglio, è auspicabile un adeguamento progressivo degli stipendi dei docenti alla media europea, giacché gli insegnanti italiani sono i meno pagati d'Europa. Bene, questo significa realisticamente prendere atto di una situazione oggettivamente negativa e adottare conseguentemente soluzioni politiche per risolverla: la riforma Gelmini, infatti, si muove esattamente in questa direzione.

E...la sinistra? Dura e compatta come sempre sostiene che l'unico problema che affligge la scuola pubblica, sempre e comunque contrapposta ideologicamente a quella privata, è la disponibilità finanziaria: servono comunque più soldi per regolarizzare i precari ed assumere più insegnanti. Come questo possa comportare migliorie dell'offerta formativa non è dato saperlo. In che modo questo tuteli il libero e legittimo diritto di scelta delle famiglie non si comprende. In che modo il dispendio selvaggio e fuori controllo di risorse sia correlato ad una maggiore selettività progressiva non si sa.

E' in rispondenza a questa logica surreale, appunto, che l'Unione Sindacale di Base ha indetto per l'11 marzo uno sciopero generale contro il Governo con la seguente motivazione: «La privatizzazione della scuola è da tempo in atto con l'assalto delle Fondazioni Private, consentito da un decreto del Presidente del Consiglio Romano Prodi e da un decreto legge che porta il nome di Bersani. I sacrifici imposti alla scuola pubblica -150 mila posti tagliati, 8 miliardi di finanziamenti in meno - servono ora a pagare i debiti di banche e multinazionali, di corruttori ed evasori». Ci pregiamo di sottolineare in primo luogo la alterità di questo Governo rispetto a quello presieduto da Prodi, come per altro il diretto interessato ha più volte specificato. In secondo luogo troviamo utile e doveroso sottolineare che la riforma Gelmini mira alla regolarizzazione di circa 100.000 precari e che i tagli in oggetto, come quelli subiti da ogni dicastero, sono stati indispensabili per mantenere in ordine i conti pubblici durante la crisi economica. Il blocco del turn-over, quindi, è oggi indispensabile non solo per contenere la spesa, ma anche e soprattutto per poter attribuire maggior dignità e sicurezza a quanti vivono in precariato da decenni, a causa di quelle «assunzioni» selvagge promosse dai governi di sinistra per pura ed irresponsabile demagogia. Quanto a «banche, multinazionali, corruttori» e «grillate» varie, la genericità (anzi, l'aplasia) totale delle accuse mosse dall'USB si qualifica da sola.

Per loro, una volta di più, esiste solo la «istituzione» scolastica pubblica che, come una specie di mostruosa divinità babilonese, necessita del quotidiano sacrificio di risorse che trova unica motivazione (religiosa!) nella continuità dello status quo. Nella loro surreale equazione studenti, famiglie e insegnanti non trovano spazio alcuno. Guai poi a toccare libri e manuali, poiché «testi sacri» anch'essi. La cosa che più incuriosisce è che quasi tutti i «paladini» della scuola pubblica, dalla Melandri a Bertinotti, passando per Moretti, Finocchiaro, Fioroni, Rutelli e Santoro mandano i loro rampolli in fior fior di istituti privati dalle rette esorbitanti...o tempora o mores...




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