La tragica morte del Tenente Ranzani, ultimo dei caduti italiani in Afghanistan, ripropone l’interrogativo sull’utilità della nostra presenza in un teatro così lontano. E’ giusto e doveroso che chi ha assunto l’onere di governare il Paese si ponga certi interrogativi ed è a volte persino consolatorio sapere che anche chi ricopre le massime cariche dello Stato possa essere attraversato dal dubbio. E il sacrificio dei nostri uomini e donne merita delle risposte.
Potrebbe giovare allora ricordare i 3000 motivi, tanti quanti furono le vittime innocenti del tragico attentato dell’11 settembre 2001, che spinsero la comunità internazionale ad intervenire per rovesciare il regime dei talebani nel Paese degli Aquiloni. Così come potrebbe giovare ricordare che se oggi in Afghanistan esiste un germoglio di democrazia, per quanto imperfetto, è merito dei nostri uomini e donne che rischiano ogni giorno la vita, e ogni tanto, purtroppo, la perdono, per garantire che i terroristi non abbiano più un’oasi in cui addestrarsi tranquillamente, e da cui lanciare indisturbati nuovi attacchi contro l’occidente. Non è evidentemente un caso che da quando è iniziata la missione ISAF in Afghanistan la capacità di al-Qaeda di colpire al di fuori del paese è andata scemando fino a venire praticamente annullata. Questo naturalmente non vuol dire che il gruppo terroristico di Bin Laden non rappresenti più una minaccia, ma significa che la strategia di attaccare i terroristi a casa loro per garantire la sicurezza a casa nostra era, è giusta e deve continuare ad essere perseguita con convinzione.
Ma la vera domanda che tutti si pongono è: per quanto tempo ancora i nostri ragazzi dovranno continuare a rischiare la propria vita in Afghanistan? A che punto è la missione internazionale che doveva ricostruire il paese dopo la cacciata del mullah Omar? La risposta a questi quesiti, ovviamente, non è semplice, perché la situazione sul campo è in lenta ma continua evoluzione, ma è fuor di dubbio che la strategia del surge, decisa quattoridici mesi fa dal presidente Obama su richiesta dell’allora comandante McChrystal, sta dando i frutti sperati. Lo dimostra la situazione di aree come il distretto di Sangin nella provincia di Helmand nel sud-ovest dell’Afghanistan, un tempo in cima alla lista dei 9 distretti più pericolosi (in essi avvenivano la metà degli attacchi dei terroristi contro le forze alleate) e oggi in mano alle autorità afghane. Il processo avvenuto a Sangin è emblematico del metodo Petraeus: prima le forze armate hanno ripulito l’area costringendo i talebani a lasciare i santuari nei quali si rifugiavano, poi lentamente ma inesorabilmente le forze alleate hanno passato il controllo al governo locale ed alla polizia afghana che è subentrata definitivamente nelle scorse settimane. Questo naturalmente non significa né che il paese sia completamente sotto il controllo del governo di Kabul, né che tutti i problemi siano risolti. Non solo sotto il profilo militare l’Afghanistan non è ancora un paese autosufficiente, ma permangono molti punti aperti sotto il profilo politico. Non basta infatti l’elezione da parte della Wolesi Jirga del proprio presidente, avvenuta proprio nel giorno in cui è morto il Tenente Ranzani, per pensare che tutti i problemi politici siano risolti.
La stabilizzazione della giovane democrazia afghana è ancora imperfetta, e la corruzione del governo di Kabul è ancora uno dei principali problemi politici da risolvere, così come il ruolo del Pakistan nella regione è ancora troppo ambiguo. Ma su tutti questi aspetti si sta lavorando, ad esempio attraverso l’istituzione di una task force internazionale guidata dal Gen. H. R. McMaster con il compito di investigare sui fenomeni di corruzione all’interno dell’amministrazione Karzai, o attraverso un maggior ordinamento con Islamabad nel controllo dei labili confini con l’Afghanistan. Questo non vuol dire che il giorno in cui potremo lasciare il paese degli aquiloni sia dietro l’angolo, ma significa semplicemente che i lenti ma continui progressi sul campo ci dicono che la strategia sta funzionando e che quel giorno potrebbe arrivare prima di quanto crediamo.
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