freccia_long
Numero 476
del 22/05/2012
La rivolta araba arriva anche in Oman PDF Stampa E-mail
! di A. B.
b.@ragionpolitica.it
  
mercoledì 02 marzo 2011

proteste_oman.jpgDopo lo Yemen e il Bahrein, anche l'Oman è stato inaspettatamente raggiunto dall'effetto domino avviato dalle rivolte del pane di Algeri e Tunisi. Il 26 e 27 febbraio e il 1° marzo gli abitanti della città portuale di Sohar hanno organizzato manifestazioni di protesta che sono state represse con molta durezza dalle forze dell'ordine. Il bilancio degli scontri è stato finora di sei morti e di numerosi feriti. L'Oman è un ricco Paese produttore di petrolio, con un Pil pro capite di oltre 26.000 dollari e una speranza di vita alla nascita di 76 anni: valori che lo collocano tra i Paesi ad alto sviluppo. Ma i dimostranti chiedono posti di lavoro, riforme politiche, contrasto alla corruzione, riduzione delle disuguaglianze economiche. Il 28 febbraio, nel tentativo di contenere il dissenso popolare, il sultano Qaboos bin Said, al potere da 40 anni, ha promesso 50.000 nuovi posti di lavoro nel settore pubblico e un sussidio mensile di circa 400 dollari per i disoccupati.

Continuano nel frattempo le proteste in Yemen. Il 1° marzo migliaia di persone si sono riversate nelle vie della capitale Sana'a e del porto di Aden rispondendo all'appello di un nuovo «giorno della collera», questa volta dedicato alle molte vittime delle precedenti manifestazioni. Altre migliaia di yemeniti hanno organizzato invece una marcia di sostegno al governo. Il presidente Ali Abdullah Saleh, da 30 alla guida del Paese, sta facendo concessioni per evitare la fine di Ben Ali in Tunisia e di Hosni Mubarak in Egitto. Ha promesso di non ricandidarsi alle prossime elezioni e di rinunciare al progetto di cedere il potere al figlio. La sua proposta di un governo di unità nazionale è stata però respinta dall'opposizione e i fattori di instabilità sono diversi: la ribellione sciita nel nord, le spinte secessioniste al sud e soprattutto la povertà diffusa che colloca lo Yemen tra i Paesi a basso sviluppo umano.

Anche nel Bahrein re Hamad bin Isa al Khalifa sta cercando di contenere la collera popolare con offerte di dialogo, dopo aver ordinato la repressione delle manifestazioni dei giorni scorsi, durante le quali tre persone sono state uccise dalle forze di sicurezza. Dal 28 febbraio sono in corso colloqui tra governo e rappresentanti della società civile. La sfida maggiore viene dalla componente sciita - la maggioranza della popolazione - in rivolta contro il secolare predominio politico sunnita sotto la dinastia dei Khalifa. Dal 21 febbraio piazza della Perla, nel cuore della capitale Manama, è occupata da gruppi di cittadini che intendono proseguire le proteste a oltranza.

La situazione creatasi nei tre Stati confinanti - Yemen, Bahrein e Oman - ha intanto indotto il re saudita Abdallah a rientrare in patria dopo tre mesi trascorsi all'estero per cure mediche. Per evitare l'effetto domino, il sovrano ha annunciato una manovra economica da dieci miliardi di dollari intesa a contenere inflazione e disoccupazione giovanile, e ha disposto un immediato aumento del 15% degli stipendi dei dipendenti pubblici. Manca invece, per il momento, una risposta alle richieste di riforme politiche e sociali, che includono la rivendicazione del voto femminile. Per l'11 marzo è stata indetta una «giornata della collera» che potrebbe inaugurare una stagione di proteste anche nella terra sacra dell'islam.

Ma l'effetto dominio non minaccia soltanto i regimi e i sovrani arabi. Le rivolte popolari avranno infatti ripercussioni anche sui molti Stati africani e soprattutto asiatici dai quali provengono i milioni di lavoratori stranieri finora occupati nei Paesi coinvolti. Molti di essi hanno già perso il lavoro o comunque, temendo il peggio, hanno deciso di tornare a casa. Dalla sola Libia sono partiti almeno 100.000 stranieri e l'esodo continua: in parte sono stati rimpatriati dai rispettivi Paesi, come è successo per i cittadini italiani, ma decine di migliaia si sono messi in viaggio, persino a piedi, senza poter contare su alcun aiuto, portando con sé i pochi beni trasportabili. Vietnam, Filippine, Bangladesh, India, Nepal, Cina sono tra le nazioni che accuseranno il contraccolpo delle crisi arabe perdendo rimesse e dovendo, almeno per un periodo di tempo, far spazio ai nuovi venuti.

Quanto all'Africa, al problema degli emigranti di ritorno in patria e del venir meno delle rimesse, che in certi casi costituiscono una parte importante del Pil, si aggiunge la preoccupazione per un'eventuale caduta del colonnello Gheddafi, che potrebbe mettere fine ai lauti finanziamenti libici da cui dipendono importanti progetti di sviluppo in molti Stati africani.




Condividi questo articolo
Segnala su OK NotizieDigg!Twitter!Google!Live!Facebook!Yahoo!



Scrivi Commento
  • Si prega di inserire commenti riguardanti l'articolo.
  • Commenti ritenuti offensivi verranno eliminati.
  • E' severamente vietato qualsiasi tipo di spam.
  • Assicurarsi di aggiornare(refresh) la pagina per visualizzare un nuovo codice di controllo, nel caso venga inserito un codice errato
  • Caratteri disponibili : 1000.
  • Per poter inviare il commento è necessario inserire un codice di sicurezza, indicato alla fine del modulo di invio, per prevenire problemi di SPAM
Nome o nickname
Titolo:
Commento:

caratteri disponibili
Inserisci il codice di sicurezza:* Code


 
< Prec.   Pros. >


fb_ok.jpg
newsletter-new2.jpg

 

sottoscrivi RSS

Ragionpolitica, testata giornalistica Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis s.a.s. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena
Scrivi alla redazione © 2003-2012 Ragionpolitica Riproduzione riservata