L'approvazione del decreto attuativo sul fisco comunale da parte del Consiglio dei ministri, su cui mercoledì il Governo ha incassato la fiducia della Camera, segna un punto di non ritorno verso la realizzazione di uno Stato federale: l'autonoma capacità impositiva dei Comuni. Il federalismo fiscale metterà fine non alla solidarietà tra centro e periferie deboli, ma al percorso irrazionale delle risorse, che resteranno sul territorio nella misura in cui saranno necessarie ai servizi essenziali degli enti locali. L'autofinanziamento dei Comuni sarà possibile grazie al trasferimento di 11,243 miliardi di euro in imposte attualmente gestite a livello centrale. Come ha ricordato il presidente della commissione Bicamerale per l'attuazione del federalismo fiscale, Enrico La Loggia, la riforma sarà finanziariamente neutrale. Gli stessi tecnici dell'ufficio bilancio della Camera, competenti per l'analisi impatto finanziario dei provvedimenti, hanno infatti rilevato come il decreto non aumenterà di un solo euro il carico fiscale attuale, che semmai consentirà ai sindaci più virtuosi di diminuire le tasse locali.
Il trasferimento sarà così strutturato: dal 2011 al 2013 è prevista la devoluzione ai primi cittadini del 30% delle imposte relative ai trasferimenti immobiliari, del gettito Irpef sui redditi fondiari, di parte del gettito derivante dalla cedolare secca sugli affitti, di una compartecipazione al gettito Iva. Nella seconda fase, dal 2014, saranno infine introdotte due nuove forme di tributi che assorbiranno tutta una serie di tasse già esistenti: l'imposta municipale propria sulla proprietà immobiliare - destinata a ricomprendere l'attuale Ici e le addizionali Irpef - e un'imposta municipale secondaria su occupazione di beni demaniali o del patrimonio indisponibile, anche a fini pubblicitari.
Alle prese con le polemiche infondate su un presunto aumento complessivo della tassazione il sistema mediatico sta trascurando il cambiamento epocale che il provvedimento è destinato a innescare su due fronti diversi e complementari. Da un lato, infatti, il federalismo municipale, riducendo la filiera tra prelievo e spesa, permetterà una responsabilizzazione degli amministratori locali e un controllo più preciso e programmato sui conti pubblici. Dall'altro, per questa stessa ragione, la riforma rafforzerà la trasparenza del rapporto tra enti locali ed elettori, consentendo una verifica costante e immediata sull'utilizzo delle risorse.
Il federalismo fiscale rappresenta in tal senso un compimento inevitabile della riforma del Titolo V della Costituzione varata nel 2001 dal centrosinistra, che aveva trasferito alla periferia competenze statali senza però contemporaneamente decretare il passaggio delle leve fiscali, che ne avrebbe permesso la coerente gestione da parte di regioni, Comuni e province. In assenza del decentramento fiscale la devoluzione ha prodotto una grave divaricazione tra responsabilità di spesa e responsabilità fiscale. L'erario è stato così sottoposto continuamente all'assalto degli amministratori locali meno capaci, sempre pronti a batter cassa e a imputare a Roma l'inefficienza del proprio operato per mancanza di risorse, senza nessun obbligo peraltro di dimostrare la congruenza delle proprie richieste. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i Comuni che assorbono più trasferimenti dal centro sono quelli amministrati con minor efficienza con un doppio danno in termini di spreco e di carenza dei servizi. In questo quadro il federalismo fiscale interviene innanzitutto come riforma di razionalizzazione della spesa e delle responsabilità politiche, con le quali gli amministratori uscenti, presentandosi agli elettori, dovranno iniziare a fare i conti rispondendo, bilanci alla mano, della propria gestione.
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