Al di là delle dichiarazioni ufficiali di forte condanna e di ammonimento pronunciate da parte dei principali esponenti dei governi internazionali per le repressioni attuate dal leader libico Muammar Gheddafi contro il suo popolo, lo spettro di un intervento militare, nell'immediato, pare lontano; appare piuttosto più plausibile la volontà di avallare una politica «attendista».
L'ipotesi, caldeggiata inizialmente dalla comunità internazionale, d'imporre sui cieli della Libia una no-fly zone per impedire a Gheddafi di bombardare le sacche di resistenza, sta incontrando difficoltà enormi. Tra i Paesi che hanno raffreddato le aspirazioni interventiste annoveriamo la Cina, che ha dichiarato: «La soluzione alla crisi libica va ottenuta solo con mezzi pacifici». In sintonia con la Cina, la Russia afferma sull'ipotesi d'intervento: «Si rischierebbe un nuovo Afghanistan». Anche per la Turchia: «E' un'assurdità». Peraltro, la contrarietà manifestata da Cina e Russia si riverbera sulle decisioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, perché i voti di Cina e Russia risultano determinanti per l'eventuale via libera ad una risoluzione per varare una no-fly zone.
Gli Usa, dal canto loro, negli ultimi giorni hanno rotto gli indugi iniziali e denotano un attivismo a tutto campo. Il Presidente Obama nelle ultime dichiarazioni afferma che gli Usa devono avere in Libia «una capacità totale di intervento rapido», senza escludere nessuna opzione e neppure quella militare, e tra queste c'è anche la no-fly zone. Ed occorre averle tutte a disposizione in caso di necessità, visto che la situazione potrebbe peggiorare rapidamente e che, comunque, «Gheddafi deve andarsene».
A dare forza e credibilità alle parole del presidente americano sono arrivate in zona d'operazioni due navi da guerra americane, la nave d'assalto anfibia porta-elicotteri USS Kearsarge con 800 marine a bordo e la nave di sostegno USS Ponce, oltre a stazionare nell'area un distruttore lancia-missili, lo Uss Barry; a questi si aggiungono la fregata Mimbelli e alle navi da sbarco San Giorgio e San Marco delle marina militare italiana. Stanno inoltre seguendo le decisioni assunte dagli americani gli alleati inglesi, con l'invio della fregata HMS Westminster. I canadesi hanno autorizzato la partenza della fregata Charlottetown, con a bordo 240 uomini e un elicottero. La Francia ha deciso di inviare la porta-elicotteri Mistral, affiancata da una fregata. La Corea del Sud ha dirottato verso la Libia la Choi Young, una nave da guerra impegnata a pattugliare al largo della Somalia. Mentre tre navi da guerra tedesche rimangono nel porto maltese de La Valletta in attesa di ordini da Berlino.
Le forze in campo sono consistenti, e non certo per portare solo aiuti umanitari, si tratta molto più realisticamente di mantenere una funzione di deterrenza in attesa dell'evolversi della situazione sul terreno, che sembra sempre di più scivolare inesorabilmente verso una guerra civile senza esclusione di colpi. Le file dei ribelli, che controllano ampie zone del territorio fuori dalla capitale libica Tripoli (Bengasi eletta loro capitale, Cirenaica e i terminal petroliferi), si ingrossano ogni giorno di nuovi sostenitori e molti provengono dalle fila dell'esercito. Le forze di opposizione al regime dispongono di armamento leggero, come lanciagranate portatili e fucili Kalashnikov. I mezzi pesanti e l'aviazione sono ancora sotto il controllo del regime, come la 32 Brigata guidata da Khamis Al-Gheddafi (quinto figlio del tiranno), che può contare su gruppi militari e paramilitari ben addestrati.
Proseguono intanto i bombardamenti da parte del regime, volti ad impedire ai ribelli di accedere sia ai depositi di armi e munizioni sia il controllo e l'uso delle principali installazioni petrolifere. Gli attacchi aerei compiuti negli ultimi giorni a Brega e Abadiya, due centri strategici per l'industria del petrolio, sono causa di ingenti danni alle infrastrutture del Paese e anche se gli stessi, almeno per ora, sono stati in parte respinti dai ribelli vi è il rischio che sia danneggiata seriamente la capacità produttiva petrolifera della Libia. Questo è il motivo dell'immediata impennata del prezzo del greggio sui mercati internazionali e sicuramente diventa un elemento non trascurabile sulle scelte da compiere in merito alle decisioni che verranno assunte dalla comunità internazionale per attuare al più presto una no-fly zone.
I ribelli, che hanno dato vita ad un Consiglio Nazionale a Bengasi, con a capo l'ex Ministro della giustizia, Mustafa Abdel Jalil, hanno chiesto all'Onu di autorizzare non un intervento militare pieno, ma attacchi mirati tesi a impedire ritorsioni dei miliziani: «Ci opponiamo con forza alla presenza di forze straniere sul territorio della Libia, ma facciamo appello perché si sferrino offensive alle roccaforti dei mercenari». Contrario ad un intervento militare straniero si è dichiarato il Presidente della Lega Araba, Amr Moussa, che si è dichiarato invece più favorevole alla possibilità di appoggiare una trattativa guidata dal Presidente venezuelano Chàvez, sostenuta anche dalla Turchia, per inviare un gruppo di mediatori arabi, europei e sudamericani con lo scopo di fermare i combattimenti e risolvere la crisi. Il piano non è stato accettato dai ribelli per fondati timori di un clamoroso depistaggio a favore del rais, che preferisce prendere tempo, ricostruire la sua immagine agli occhi del mondo arabo e proseguire l'epurazione e la campagna militare contro gli avversari.
Per l'Occidente rimane ancora forte l'incertezza sul da farsi per risolvere la crisi libica, oscillando tra l'ipotesi del solo intervento umanitario a quella, estrema ma non remota, di uno sbarco militare in piena regola per abbattere il regime. Mentre unanime concordanza di vedute si è invece palesata su Gheddafi, che non è più considerato un interlocutore e quindi deve lasciare il potere. Su questo aspetto le manovre diplomatiche sono in fermento e prevedono una serie di scenari sulla sua possibile uscita di scena: da quello che vedrebbe protagonista il Venezuela, con l'offerta di asilo politico, ad un'altro, che prevederebbe l'incriminazione del rais aperta dal Procuratore generale Luis Moreno Ocampo davanti al Tribunale internazionale dell'Aja per le stragi compiute contro la popolazione civile in Libia.
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