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Numero 476
del 22/05/2012
L'8 marzo a Teheran e al Cairo PDF Stampa E-mail
! di Anna Bono
bono@ragionpolitica.it
  
martedì 08 marzo 2011

411-8.jpg8 marzo a Teheran. Numerose associazioni femminili anche quest'anno in Iran colgono l'occasione della giornata internazionale della donna per protestare contro il regime degli ayatollah. A Teheran, Isfahan, Tabriz e Shiraz le manifestanti chiedono pari opportunità e radicali riforme costituzionali.

In Iran con la rivoluzione khomeinista del 1979 l'età minima per sposarsi è stata abbassata a 9 anni per le donne ed è stato istituito il matrimonio temporaneo, che consente a un uomo di stipulare contratti nuziali a scadenza, di durata non superiore a 99 anni e non inferiore a 10 minuti. A prescindere dalla frequenza con cui gli iraniani ne approfittano, l'esistenza di queste regole matrimoniali rispecchia la condizione subalterna e dipendente delle donne in Iran, la loro condizione di cittadine di seconda classe che si traduce in gravi violazioni dei diritti umani e, nella vita di tutti i giorni, in un persistente controllo sul comportamento di donne e uomini, esercitato in primo luogo dalla temuta polizia religiosa. Un preside di scuola può denunciare le studentesse in ritardo che invece di salire le scale lentamente corrono per raggiungere in tempo le aule scolastiche, dei genitori possono essere convocati in polizia per spiegare i lacci delle scarpe colorati concessi a una figlia, unico vezzo in un abbigliamento necessariamente scialbo e uniforme. In polizia finiscono anche le donne fermate per strada per aver lasciato sfuggire una ciocca di capelli dall'hijab, il velo che fin dall'infanzia obbligatoriamente devono indossare quando escono di casa, oppure per essere state trovate in un ristorante o in un caffè sedute a un tavolo in compagnia di un uomo che non sia il marito o un altro parente stretto.

Ecco perché le organizzatrici delle manifestazioni indette per l'8 marzo hanno tra l'altro invitato le donne a presentarsi senza l'hijab. Sarà presente, ma solo in spirito, Shirin Ebadi, direttrice del Centro per la difesa dei diritti umani, premio Nobel per la pace 2003, che ha incoraggiato le «donne audaci» dell'Iran a perseverare: lei, per la sua attività in difesa dei diritti umani, è stata costretta all'esilio e attualmente vive in Gran Bretagna.

Anche in Egitto la ricorrenza dell'8 marzo quest'anno viene celebrata con manifestazioni pubbliche inedite. Al Cairo, in piazza Tahrir, nei giorni scorsi fulcro delle proteste popolari che hanno determinato la fine del regime di Hosni Mubarak, si sono dati appuntamento gli organizzatori della «Million Women March»: donne e uomini consapevoli che la rivoluzione avviata nelle scorse settimane in nome della libertà e della dignità umane non potrà dirsi un successo se le donne continueranno a restare relegate ai margini della vita sociale e politica del paese. Erano in piazza Tahrir nei giorni e nelle notti della rivolta, insieme ai mariti, ai fratelli e ai figli. Il fatto che però siano state escluse dal Comitato per la revisione della Costituzione è un segnale d'allarme. Il cammino è lungo e irto di ostacoli. L'Egitto è uno dei paesi in cui sono tuttora ampiamente praticate persino le mutilazioni genitali femminili, una delle più devastanti istituzioni tradizionali subite dalle bambine africane.

Per questo la marcia dell'8 marzo non sarà un evento isolato. Nelle intenzioni degli organizzatori è soltanto l'inizio di un percorso che si deve concludere con la piena acquisizione da parte delle donne di pari diritti e pari opportunità. Le manifestazioni in favore dell'emancipazione femminile proseguiranno il 16 marzo in occasione della Giornata delle donne egiziane e il 22 marzo con il Giorno della madre.




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