Sempre più confusa la situazione in Libia. Le notizie che si susseguono parlano di presunte vittorie ed altrettante sconfitte del Colonnello come dei suoi oppositori, parlano di bombardamenti, sabotaggi, fosse comuni, in definitiva di una guerra civile che si preannuncia lunga e sanguinosa. Si respira un clima di profonda incertezza, così come incerta ed in ordine sparso si sta muovendo in queste ore la comunità internazionale.
Giovedì è stato il Presidente francese Nicholas Sarkozy ad alzare il tiro, riconoscendo il Consiglio degli oppositori di Gheddafi e facendo balenare l'idea di «raid aerei mirati» per bloccare le forze del Colonnello. La Francia così segue l'Inghilterra sulla linea dura contro il raìs libico, ma a quanto pare alla nota congiunta di Londra e Parigi, in cui si diceva che «Muammar Gheddafi e il suo clan devono andarsene per evitare ulteriori sofferenze al popolo libico», è seguita la fredda reazione del ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, e degli altri partner comunitari e della Nato. Qualunque intervento militare in Libia, infatti, dovrà necessariamente avere il via libera del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, ma Cina e Russia hanno già manifestato l'intenzione di bloccare qualsiasi risoluzione che possa prospettare l'uso della forza.
Anche la creazione di una «no fly zone» a protezione dei ribelli rientra nel novero delle azioni militari, perché, come ha ricordato nei giorni scorsi il Capo del Pentagono, Robert Gates, per poter creare uno spazio aereo controllato bisognerebbe prima eliminare la contraerei di terra e questo configurerebbe indubbiamente un atto di guerra. Esclusa quindi ogni ipotesi di bombardamento aereo e tantomeno di intervento terrestre, la strada migliore per mettere sotto pressione Gheddafi sembra essere quella dell'embargo e del blocco navale, sulla quale da diversi giorni si sta muovendo l'Italia, che si è detta disponibile ad offrire i propri porti, in particolare quello di Napoli, ed a comandare le operazioni.
Non solo, l'Italia è stata anche la prima nazione a mandare una missione umanitaria a Bengasi, dimostrando la volontà di essere veramente vicina alla popolazione libica. Ma Unione Europea e Stati Uniti si muovono con cautela, bloccati dalla preoccupazione che il Colonnello possa ancora prevalere contro i ribelli. Che fare in quel caso? E' giusto intervenire nelle questioni interne di un paese sovrano?
Come riuscire a rovesciare la situazione sul campo? E' questo in realtà il vero incubo di tutte le cancellerie occidentali, che si sono sbilanciate nell'invitare Gheddafi a farsi da parte, ma che non si vogliono spingere troppo oltre, anche perché le alternative al Colonnello rimangono un'incognita. L'eventualità che il raìs, una volta soffocata nel sangue la rivolta, possa scagliarsi contro l'Occidente e, in particolare, contro gli Stati Uniti, tornando ad essere un fiero sostenitore del terrorismo internazionale, è un incubo che togli il sonno ai governi alleati. L'emblema di questa situazione è proprio il Presidente Obama, incapace di prendere una posizione netta e di dettare una linea chiara, come invece in passato avevano fatto alcuni suoi predecessori illustri, da Bill Clinton a George W. Bush. Giusti o sbagliati che siano stati, gli interventi ad Haiti, in Bosnia, in Kosovo ed in Iraq seguivano tutti una linea comune, quella del sostegno chiaro ed inequivocabile alle istanze di libertà espresse dai popoli contro le feroci dittature al potere, in nome di quei principi democratici che sono alla base della civiltà occidentale.
Oggi invece la paura di non essere in grado di governare il cambiamento, e che questo possa portare al potere forze estremiste ed ostili blocca l'amministrazione Obama, incapace di distinguere tra fini e mezzi, tra strategia e tattica. Basterebbe chiedersi quali battaglie è giusto combattere, quelle che pensiamo di vincere o quelle che meritano di essere combattute?
Condividi questo articolo      
|