Martedì l'Aula di Montecitorio si è espressa sul disegno di legge «Norme per la tutela della libertà d'impresa - Statuto delle imprese». A quarant'anni dallo Statuto dei Lavoratori, il Parlamento riconosce il valore economico e sociale e il contributo al benessere generale portato dalle imprese, in particolare dalle Pmi. Per anni una certa cultura - che possiamo definire catto-comunista - ha demonizzato l'impresa. Una cultura non autenticamente cattolica, frutto di una riduzione etica del cristianesimo a moralismo, contraria a una visione antropologicamente cattolica, che vede nell'uomo che affronta la realtà con il proprio lavoro la ricerca del senso profondo della vita. Questa stessa visione ha sempre considerato l'imprenditore come il padrone contrapposto «per natura» al lavoratore. Non a caso, uno degli esponenti di questa cultura, Pietro Rescigno, pochi giorni fa ha definito «inutile, dannosa e pericolosa» l'equiparazione tra l'imprenditore che partecipa direttamente alla gestione dell'impresa (distinto dall'azionista) e il lavoratore. L'esito di questa posizione, che persiste da decenni, è sotto gli occhi di tutti: un sistema fatto di regole improntate alla logica del sospetto, un sistema pubblico ridondante e oppressivo, che scoraggiano chi vuole rischiare in proprio.
Chi conosce i nostri piccoli imprenditori (il 96% del totale!), sa bene che essi pensano a se stessi - giustamente - come a lavoratori a tutti gli effetti. E lo fanno a ragione. Nel corso dei mesi della crisi, per fortuna alle nostre spalle, tutti hanno potuto vedere come i nostri imprenditori, sostenuti anche dalla politica degli ammortizzatori sociali fortemente voluta dal Governo Berlusconi, abbiano fatto di tutto per non licenziare, anche quando le ragioni economiche avrebbero imposto di farlo. Invece hanno tenuto duro, hanno messo i loro risparmi personali in azienda, hanno mantenuto l'occupazione. Uno di loro mi ha detto: «Come faccio a mandarli a casa? Non sono numeri, sono famiglie». Abbiamo assistito pure al gesto estremo di quegli imprenditori che si sono tragicamente tolti la vita perché non avevano il coraggio di dire ai loro collaboratori che avrebbero chiuso l'azienda.
Questo è quel pezzo d'Italia che lo Statuto delle Imprese vuole riconoscere e valorizzare, quel pezzo d'Italia che sostiene l'Italia stessa. Per la cultura cattolica, liberale e riformista la libertà delle persone non è un nemico pubblico e lo Stato è servizio, non dominio. Non siamo nemmeno calvinisti e puritani, così abbiamo un sistema di imprenditoria diffusa, non una «anomalia», come ci ha raccontato per anni l'Economist di Bill Emmott, ma la nostra forza, la forza di un'economia reale, non fatta di carta. Cosa reclama questo mondo? Vuole più libertà, in particolare chiede meno norme (quelle che servono, non una di più, non una di meno) e una burocrazia che sia «amica», non elemento di oppressione e freno. Desidera quella rivoluzione liberale che Berlusconi ha interpretato.
La Commissione europea, nella relazione annuale sulla crescita del 12 gennaio scorso, ha chiesto agli Stati membri di pensare non solo alla stabilità, ma anche alla crescita; ha chiesto riforme coraggiose e, in primis, ha insistito sulla necessità di «creare un contesto favorevole alle imprese e all'industria, in particolare alle pmi». È lo stesso obiettivo dello Statuto delle Imprese: questa volta, possiamo essere i primi in Europa.
Raffaello Vignali, deputato Pdl, Vicepresidente delle Attività Produttive della Camera e 1° firmatario dello Statuto delle Imprese (www.statutodelleimprese.it)
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