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Numero 476
del 22/05/2012
Qualcuno ha capito che riforma della giustizia vuole la sinistra? PDF Stampa E-mail
! di Francesco Natale
natale@ragionpolitica.it
  
martedì 15 marzo 2011

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«AAA Cercasi disperatamente riforma della giustizia pret a porter, bella presenza, nuovissima, possibilmente con almeno la punteggiatura diversa dalla bozza Boato, che raccolga il consenso pieno di PM, Consulta e Colle». Non stupirebbe trovare un annuncio del genere sui giornali di domani, firmato dal direttivo del PD. Si, perché come al solito, tutti abbiamo capito che la posizione ufficiale del Partito Democratico è di assoluta interdizione nei confronti della riforma costituzionale della giustizia promossa dal Governo, ma non ci è dato di sapere, nemmeno in generale, quale sia la controproposta che andrebbe a confrontarsi dialetticamente con quest' ultima.

Semplicemente perché questa proposta alternativa non esiste. Così come non esiste un'alternativa in termini di politica estera, interna, fiscale, industriale, sociale: limitandosi costantemente ad autodefinirsi in negativo rispetto al Premier il PD non parla di nulla, non dice nulla, non programma nulla e, come ovvia ed inevitabile conseguenza, non convince nessuno. Solo che di fronte all'ipotesi di riforma costituzionale la faccenda si fa parecchio seria: non ci si può limitare al canonico festival dell'antiberlusconismo snocciolando i soliti patetici luoghi comuni su leggi ad personam, conflitto di interessi, salvare la Costituzione e blah blah blah. Quel minoritario ma ancora consistente blocco sociale che al PD fa riferimento pretende legittimamente qualche risposta in più. Risposte di carattere politico sul dato concreto, non risposte squalentemente meta-politiche sulle cene ad Arcore. Questo per diverse ragioni: in primis il precedente della cosiddetta bozza Boato, ovvero quell'ipotesi di riforma della giustizia che saltò insieme alla commissione bicamerale presieduta da D'Alema.

Oggi tutti, dalla Finocchiaro a Bersani passando per Orlando, si ostinano a spacciar per veritiere le più fantasiose esegesi di quel testo, sostenendo che nella bozza Boato non era assolutamente prevista la separazione delle carriere, la responsabilità civile del magistrato, la ridefinizione del CSM etc etc. Peccato per loro: c'era tutto questo e molto altro. E l'attuale proposta di riforma si è ispirata anche alla bozza Boato, tanto che per alcuni aspetti vi è una sostanziale, se non esattamente formale, coincidenza di principi tra i due testi. Roba dura da mandare giù, perché come si fa a risultare credibili contestando aprioristicamente una riforma che in gran parte accoglie le medesime istanze proposte dalla sinistra nel 1997? Va bene, diciamo pure che in questi 14 anni la sinistra ha fatto dietrofront e non percepisce più come pressante l'obbligo politico di modificare il nostro assetto giudiziario. Cambiare idea in fondo è legittimo.

Eppure non possiamo non prendere atto delle differenti posizioni che riscontriamo all'interno del PD: variegatura che non manca mai di mettere in notevole imbarazzo l'Onorevole Donatella Ferranti, ex magistrato e capogruppo PD in commissione giustizia, che con gli occhi bassi e a mezza voce si trova costretta a dire l'indicibile, ovvero che tutto il partito è graniticamente coeso e fedelissimo alla linea tracciata dall'Amata Guida Bersani. In verità non si contano coloro che si sono apertamente dissociati, dentro e fuori dal parlamento, dalla linea Bersani. Esponente più eccellente è certamente Luciano Violante, anche perché ex magistrato noto per la solerzia e la competenza con cui combatté in anni non sospetti il terrorismo rosso. Ma non dimentichiamo un Senatore come Nicola Rossi, che arriva a presentare le sue dimissioni da Palazzo Madama per ormai consumata incompatibilità con un non-partito in regime di sussistenza che non è più in grado di proiettarsi concretamente nella politica del reale, mirando solo a limitare il danno da erosione progressiva che sta subendo, cercando di salvare il salvabile in termini di preminenza e privilegi in determinati settori dell'amministrazione pubblica.

Chiamparino e Renzi hanno dato e danno ampia prova di non sentirsi in alcun modo soggetti ai diktat di segreteria: per questo la loro idea di sinistra riesce ancora ad entusiasmare e coinvolgere l'elettorato. Segnali forti, che non possono essere ignorati o soggetti a cosmesi. Possiamo pure intuire e capire l'imbarazzo profondo che sta vivendo il PD in questi mesi: fallito il golpe bianco e sfumata così l'ipotesi del governo di responsabilità nazionale, ovvero quell'escamotage burocratico che gli avrebbe consentito di governare senza fare nulla di nulla, il massimo partito d'opposizione si trova costretto a fare politica, a dire qualcosa (di sinistra o meno. Qualcosa. Qualunque cosa), a superare la retorica antiberlusconiana che, come hanno dimostrato le piazze deserte e disertate dell'8 e del 12 Marzo. Il problema è che non ne è più capace: è afasico. Non sa come reagire, politicamente, di fronte alle iniziative del Governo, se non proclamando manifestazioni (fallimentari), scioperi e kermesse.

Cosa accadrà, quindi in casa Bersani? Difficile saperlo con certezza: sicuramente c'è chi attende con ansia disperata «la morte della Zarina», ovvero l'eliminazione giudiziaria del Premier. Quanto possa essere pagante dal punto di vista politico la strategia attendista dell'avvoltoio, non sapremmo, ma dubitiamo che eserciti un fascino travolgente sull'esausto elettore di centro-sinistra. E'altresì ipotizzabile che le aperture da parte dei soggetti più illuminati presenti nel PD segnino una nuova via ed una nuova stagione: al di là della loro entità numerica, che ne fa comunque minoranza, sempre più numerosi sono coloro che vedono nell'irrigidimento ideologico e nel conseguente rifiuto aprioristico del confronto elementi potenzialmente esiziali, poiché ingiustificabili di fronte al proprio blocco sociale di riferimento. Forse il dialogo e il "salto della barriera" antiberlusconiana potrebbero in effetti forgiare una nuova sinistra più dinamica, moderna, elettoralmente agguerrita e realmente alternativa. Difficile immaginare però che un simile risultato si possa produrre in pochi mesi e non resti inficiato e cannibalizzato dalle schermaglie tra correnti e correntine.

Più probabilmente, poiché pure nel PD serpeggia la critica nei confronti di determinati assetti giudiziari e della faciloneria, chiamiamola così, con cui atti di indagine riservati finiscono puntualmente sui giornali, si arriverà ad una sorta di politica del doppio binario: durissima opposizione su stampa e tv, sostanziale condivisione almeno sui principi base della riforma e conseguenti sorpresine in fase di votazione. Perché questo comunque è assodato, ormai, anche per Bersani e soci: una riforma costituzionale della giustizia s'ha da fare e si farà. In assenza di adeguato peso politico per contrastarla nonché di sufficienti idee organiche per proporne una alternativa, tanto vale arrendersi all'evidenza. Ma un po' di sano coraggio, proprio mai?




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Commenti (1)
1. 17-03-2011 14:28
nonno Bersani e nonna Bindi
A nonno Bersani ed a nonna Bindi vorrei chiedere: perché è diverso il mio diritto da quello dei Padri costituenti di avere una costituzione disegnata sulle mie necessità e non sulle loro? Quali riforme da chi continua ad esaltare il passato dei propri affiliati che guardano il cielo dalle radici degli alberi? Come si fa a concedere la guida del paese a chi si copre il viso con il calzino viola?
Scritto da Lucky

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