Ricordate i grafici mostrati pochi giorni fa dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, durante la conferenza stampa di presentazione della riforma della giustizia? Nel primo, quello che raffigurava l'attuale funzionamento del sistema processuale italiano, la bilancia della giustizia pendeva dalla parte della magistratura e a svantaggio del cittadino, mentre nel secondo, quello che illustrava lo scenario post riforma, i piatti tornavano in equilibrio grazie alla separazione delle carriere tra pm e giudice ed alla raggiunta parità tra accusa e difesa. Che questa prospettiva potesse non piacere a molti magistrati era cosa prevedibile e scontata, considerati i precedenti storici che hanno visto i togati opporsi senza se e senza ma ad ogni tentativo di riforma portato avanti dai vari governi succedutisi negli ultimi lustri. E difatti non è mancata la subitanea reazione dell'Anm e del suo presidente Luca Palamara, come al solito critico - per usare un eufemismo - rispetto a qualsivoglia cambiamento dello status quo. E mentre altri pm hanno annunciato scioperi ad oltranza, vi è stato anche chi, come alcuni rappresentati delle correnti di sinistra della magistratura, ha urlato all'attentato alla Costituzione, allo smantellamento dell'equilibrio tra poteri, alla cancellazione dello Stato di diritto e via denunciando. Tanto per mettere le cose in chiaro da subito.
Tutto questo fino a martedì, quando a Bergamo è andato in scena un episodio che, per il contesto all'interno del quale si è svolto, ha a dir poco del vergognoso e la dice lunga, sotto diversi punti di vista, sullo stato della giustizia nel nostro Paese. La procura della città lombarda, come noto, si sta occupando del terribile omicidio della giovane Yara Gambirasio, e gli esiti dell'indagine sono per ora tutt'altro che positivi: al momento non soltanto non vi sono prove, non soltanto non vi sono sospettati, ma neppure vi è la certezza sulle cause della morte della ragazza di Brembate di Sopra. Insomma, per come si stanno mettendo le cose, il rischio è che un delitto mostruoso rimanga impunito ed il suo autore non venga assicurato alla giustizia. Nonostante ciò c'è chi, come il procuratore aggiunto Massimo Meroni, trova il tempo per lanciarsi in polemiche pretestuose contro il governo e la riforma Alfano. E lo trova proprio nel momento peggiore e meno opportuno, cioè in occasione di una conferenza stampa convocata per fare il punto a proposito dell'inchiesta sull'omicidio di Yara.
Che cosa ha deciso di fare Meroni al termine dell'incontro con i giornalisti? Di mettere in mostra, a favore di obiettivi e telecamere, la sua personale versione del primo grafico utilizzato da Berlusconi qualche giorno prima, per contestarlo e rovesciare così il significato del secondo. Anche nel grafico del procuratore la bilancia pende da una parte, ma questa per Meroni è la situazione ottimale, perché assieme al giudice e al pm compare inopinatamente anche la povera Yara, mentre sull'altro piatto sta il «cittadino presunto responsabile» dell'omicidio. Come dire: riportare l'equilibrio, come vorrebbe fare il governo, significherebbe mettere sullo stesso piano vittima e carnefice. Ergo: il governo medesimo non vuole riformare la giustizia, ma introdurre uno stato di totale ingiustizia.
Sulla concezione del processo e del diritto che emerge dalle parole e dal disegno del procuratore Meroni si potrebbe discutere a lungo. Ma ciò che qui interessa, e che lascia sgomenti, è soprattutto il fatto che una vicenda come quella di Yara sia stata usata per portare avanti una polemica politico-giudiziaria che, in confronto alla tragedia della ragazza, è davvero infima cosa. La conseguenza è che, come ha scritto Stefano Zurlo sul Giornale, «così Yara diventa due volte vittima. Del suo aguzzino e del tiro alla fune sulla separazione delle carriere e dintorni». Meglio, infinitamente meglio, sarebbe concentrarsi a testa bassa sulle indagini. Questo è il dovere di un magistrato. Questo è il miglior servizio che egli possa fare alla giustizia, a Yara, alla sua famiglia e all'Italia intera.
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