Tutto è incominciato con le «rivolte del pane» in Algeria e Tunisia, ma il pane c’entra sempre meno nelle proteste che ogni giorno riempiono strade e piazze dei paesi arabi. In Yemen, e ancor più in Bahrain, i dimostranti, o almeno una parte di essi, vanno oltre alla rivendicazione di condizioni di vita migliori e non è nemmeno la democrazia ciò che più sta loro a cuore: perché sono sciiti, comunità di minoranza in Yemen e maggioranza della popolazione in Bahrain, e quel che vogliono è la fine della supremazia politica sunnita nei loro paesi.
La situazione più critica in questi ultimi giorni è quella dello Yemen dove il 18 marzo negli scontri tra dimostranti e forze dell’ordine almeno 52 civili sono stati uccisi nella capitale Sana’a. Per l’intensificarsi delle proteste, il Consiglio di difesa nazionale ha proclamato lo stato d’emergenza. Nei giorni precedenti scontri si erano verificati sia nel sud del paese, ad Aden e in altre città, sia nel nord dove si concentra appunto la guerriglia sciita della setta Houthi. Nel Bahrain lo stato d’emergenza è stato dichiarato già il 15 marzo e nella capitale vige il coprifuoco dalle 16 alle 4. Il numero delle vittime è molto inferiore, ma la repressione ordinata da re Hamad è altrettanto se non più determinata. Le Nazioni Unite denunciano gravi violazioni dei diritti umani: arresti arbitrari, esecuzioni sommarie, attacchi a villaggi, persino irruzioni di polizia e militari negli ospedali alla caccia dei dimostranti feriti.
Il Consiglio di cooperazione del golfo, in risposta alla richiesta di aiuto del sovrano del Bahrain, ha rapidamente organizzato una missione militare composta da 1.500 militari e agenti di polizia messi a disposizione dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti. Immediata è stata la reazione dell’Iran che ha definito inaccettabile la presenza di truppe straniere in Bahrain giudicando legittime le richieste della popolazione e condannandone la repressione. In Arabia Saudita, per arginare l’ondata di proteste, re Abdullah ha deciso una serie di provvedimenti importanti, tutti però sul fronte economico mentre per il momento è esclusa una transizione verso una democrazia costituzionale in sostituzione di quella assoluta attuale. Con 18 decreti reali il governo saudita ha disposto di concedere il pagamento di due mensilità una tantum ai dipendenti pubblici, civili e militari, e di due mensilità supplementari anche agli studenti vincitori di borse di studio. Inoltre i salari minimi saranno portati a 3.000 rial, sono stati stanziati fondi per la costruzione di 500 mila abitazioni, facilitazioni per la concessione di mutui, maggiori fondi alla sanità, incentivi e 60 mila nuovi posti di lavoro nell’esercito e nelle forze di sicurezza.
In questo fine settimana, al di là degli sviluppi nelle piazze arabe, è però l’Egitto a tornare in primo piano per il referendum che chiama 40 milioni di egiziani alle urne per esprimersi in merito agli emendamenti apportati alla costituzione dalla commissione ad hoc creata dopo la caduta del regime di Hosni Mubarak. Secondo alcuni sondaggi, più della metà della popolazione potrebbe votare «no» ritenendo gli emendamenti insufficienti a trasformare la Carta fondamentale, che risale al 1971, in uno strumento di democrazia e libertà. Le modifiche introdotte prevedono un limite al numero di mandati presidenziali per persona, nuove norme elettorali a garanzia della regolarità del voto, limiti all’introduzione dello stato d’emergenza. Invitano a votare «si» i Fratelli Musulmani e il Partito nazionale democratico (del presidente Mubarak). Per il «no» si è espresso tra gli altri Mohamed el Baradei, uno dei più accreditati leader dell’opposizione. Pochi giorni prima del voto, il 15 marzo, un importante segno di cambiamento è stata la soppressione della Amn al-Dawla, i temutissimi e odiati servizi di sicurezza che dal 1981, anno dell’entrata in vigore dello stato d’emergenza, avevano facoltà di agire a discrezione. Al suo posto è stata creata una nuova istituzione denominata Sicurezza nazionale.
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