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Numero 476
del 22/05/2012
Libia. Le scelte sagge di Berlusconi PDF Stampa E-mail
! di Gianteo Bordero
bordero@ragionpolitica.it
  
sabato 19 marzo 2011

berlusconi-silvio-100.jpgE' stato troppo cauto, il presidente del Consiglio, di fronte alle vicende libiche? A nostro avviso, quello che molti hanno rimproverato e rimproverano a Silvio Berlusconi è, in realtà, un titolo di merito. Il premier ha agito e agisce con grande saggezza, sulla base di fondate ragioni di ordine politico, strategico ed economico.

Le prime hanno a che fare soprattutto con il fenomeno dell'immigrazione clandestina. Tale fenomeno, grazie al Trattato di amicizia e cooperazione stipulato con il colonnello Gheddafi nel 2008, è stato drasticamente ridimensionato, almeno fino all'imprevista ed imprevedibile esplosione delle rivolte nel nord Africa, che hanno determinato la recente ondata migratoria sulle nostre coste meridionali. Bisogna ricordare, a tal proposito, quello che scriveva don Gianni Baget Bozzo nel dicembre 2008: «Non si scelgono i propri vicini», e «noi abbiamo di fronte un cavallo di razza come Muammar Gheddafi, che ha fatto della Libia un potere forte, dandole esistenza autonoma rispetto al mondo arabo e a quello africano. Egli ha ricreato un nazionalismo libico che ha costituito una barriera impenetrabile al fondamentalismo islamico e, quindi, al terrorismo». Dimenticare tutto ciò in nome di una vaga e intermittente ideologia dell'esportazione della democrazia (tra l'altro fatta propria, in queste settimane, anche da una sinistra che l'aveva sempre criticata e che oggi pensa di usarla cinicamente in funzione anti-berlusconiana) che da sola giustificherebbe i bombardamenti in corso in terra libica, significa tapparsi gli occhi di fronte ad una realtà complessa e piena di insidie qual è - e su questo tutti concordano - quella del dopo-Gheddafi. Niente e nessuno possono garantire che la caduta del regime del colonnello non porti con sé una deriva fondamentalista o tribalista, accompagnata da un caos generalizzato foriero di nuova e consistente immigrazione, uno tsunami che il nostro Paese non potrebbe sostenere.

Ma c'è di più. C'è, come dicevamo, anche un motivo di ordine strategico, che riguarda la posizione e il peso dell'Italia nel Mediterraneo, il suo essere porta dell'Europa, i suoi rapporti con gli Stati rivieraschi dell'Africa. Proprio perché sono incerti gli scenari che potrebbero aprirsi nei prossimi giorni o nei prossimi mesi, e proprio perché è da scongiurare l'ipotesi che a una dittatura - seppur singolare come quella attuata da Gheddafi con la Jamahiriya - segua una situazione analoga se non peggiore, è fondamentale mantenere quella politica di moderazione e di dialogo con i Paesi nord africani che ha contraddistinto l'azione dei governi italiani da molti decenni a questa parte. Abbandonare questa linea con pericolose fughe in avanti avrebbe conseguenze esiziali per l'Italia, per l'intera Europa - che talvolta pare disinteressarsi di ciò - e non solo.

Dei motivi di ordine economico molto si è parlato nelle scorse settimane, ed è evidente a tutti che l'eventuale venir meno dei forti rapporti commerciali stabiliti con la Libia in questi ultimi anni avrebbe ricadute a dir poco negative su asset strategici italiani, primo tra tutti quello dell'energia, senza dimenticare le partecipazioni libiche in Finmeccanica, Fiat, Unicredit, solo per citare le più importanti. E' chiaro che la partita che si gioca in queste ore è legata anche a tale aspetto decisivo, e non è casuale che un Paese come la Francia, che molto ha pagato dalla caduta del regime tunisino di Ben Ali con cui era in strettissimi rapporti, sia oggi in prima linea e prema sull'acceleratore per presentarsi un domani come la liberatrice della Libia, con tutto ciò che ne consegue in termini di ritorno economico.

Per tutte queste ragioni la cautela è d'obbligo, e bene ha fatto e fa il premier Berlusconi ad operare avendo come stella polare l'interesse nazionale, partecipando alle decisioni della comunità internazionale ma senza unirsi al coro degli entusiasti dell'ultima ora, i quali o ragionano in termini astratti ed ideologici (all'insegna di una retorica anti-tiranni che non si sa perché venga messa in campo soltanto contro Gheddafi mentre si tace su tutti gli altri dittatori che continuano indisturbati a opprimere i loro popoli) oppure pensano meschinamente di trarre un qualche vantaggio politico immediato dai fatti libici. Che un partito come il Pd, ad esempio, che in un passato non troppo lontano sfilava in piazza con le bandiere arcobaleno contro l'azione militare contro il tiranno Saddam, sia diventato oggi interventista senza se e senza, fa sorgere più di un sospetto circa la bontà e la genuinità dei suoi slanci umanitari.

In una situazione confusa e di fronte ad un futuro incerto e pieno di incognite, la scelta di Berlusconi è quella giusta. Il realismo è sempre meglio delle utopie umanitarie sotto cui molto spesso si nascondono inconfessabili meschinità di vario genere.




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Commenti (1)
1. 22-03-2011 13:58
analisi perfetta
Scritto da pippogio

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