Sorpresona. In Afghanistan cala sensibilmente il numero delle vittime tra le forze alleate che combattono per noi tutti la guerra al terrorismo islamista. Addirittura del 33% e rotti. Il mondo impegnato sempre e solo a piangersi addosso e a lamentarsi con il governo nei giorni di pioggia non se ne accorge, ma così è, conti alla mano. Chi questi conti li fa per benino è l'esperto di strategia e studioso di teatri di guerra Gianandrea Gaiani, che, oltre a essere opinionista del Giornale Radio Rai e di Radio Capital, nonché collaboratore de Il Foglio, Libero, Il Sole 24 Ore, Panorama e Gente, dirige il bel mensile web Analisi Difesa.
Osserva Gaiani che «il dato è certo parziale e dovrà essere verificato almeno su base semestrale, ma per la prima volta in quasi dieci anni di guerra le perdite sofferte dalle forze alleate in Afghanistan registrano un forte calo, pari a circa un terzo tra i primi 70 giorni di quest'anno e lo stesso periodo del 2010». Infatti, tra il 1° gennaio e il 12 marzo di quest'anno i caduti Alleati «sono stati 84 contro i 122 registrati nello stesso periodo dell'anno scorso mentre nei primi tre mesi del 2009 i caduti erano stati 77».
Del resto, precisa l'analista, «ad aumentare il bilancio dei caduti contribuì nei primi mesi del 2010 l'offensiva anglo-americana su Marjah, roccaforte talebana nell'infuocata provincia di Helmand che determinò qualche decina di caduti soprattutto nel periodo compreso tra febbraio e aprile». Oggi, però, secondo i dati ufficiali forniti dall'Isaf (l'International Security Assistance Force, cioè la missione militare internazionale di supporto al governo afghano operante in base a una risoluzione dell'Onu, in una frase gli Alleati contro il terrorismo) sono schierati in Afghanistan 132.203 militari alleati contro gli 89.480 del marzo 2010. «L'afflusso ‒ commenta Gaiani ‒ di oltre 40mila rinforzi ha permesso di estendere le operazioni condotte dalle truppe alleate aumentando anche i rischi di scontri con gli insorti e di perdite». Che dunque le vittime alleate calino in un contesto che vede dispiegato un numero così grande di uomini, pur in assenza di una offensiva come quella citata su Marjah (non, peraltro, che le zone critiche dell'Afghanistan siano ora meno calde...), è un dato assolutamente rilevante. E confortante: in assoluto perché muoiono meno soldati nostri, in relativo perché significa che l'Afghanistan è ogni giorno che passa un po' più vivibile per tutti.
«Probabilmente - aggiunge Gaiani - è presto per parlare di inversione definitiva della tendenza che dal 2001 ha visto crescere progressivamente il numero di soldati alleati impegnati e uccisi in Afghanistan (711 l'anno scorso, 520 nel 2009 e 294 l'anno precedente), ma si tratta del primo dato positivo in un conflitto che vedrà il 21 marzo prendere il via il processo di transizione con la cessione della responsabilità della sicurezza di alcune province e grandi centri urbani dalle truppe alleate alle forze governative afghane». Chapeau.
Condividi questo articolo      
|