Sulla Libia continuano le incursioni aeree della coalizione, ma l’impressione è che le stesse procedano in ordine sparso. Si è quindi aperta una discussione accesissima tra gli alleati su come condurre le operazioni miliari sulla Libia e sull’opportunità di unificare il comando operativo per dare concreta attuazione alle risoluzione dell’Onu. L’Italia guida il dissenso tra i Paesi che non accettano, pur avendo dato piena disponibilità di basi ed aerei, di sottostare ad un comando fino ad ora disordinato e poco organizzato, formato da Usa, Francia e Gran Bretagna.
Le azioni militari della coalizione internazionale sulla Libia devono essere coerenti con il pieno rispetto del dettato della risoluzione 1973. Per dare maggiore coerenza all’intervento ed evitare scollamenti nello sforzo operativo il Ministro degli esteri Franco Frattini, nella riunione tenuta ieri a Bruxelles, ha fermamente chiesto che «le attività militari della coalizione devono passare sotto gestione e coordinamento della Nato». I francesi dal canto loro insistono nel dire che le operazioni sono state un successo e che esse hanno evitato un bagno di sangue; sottolineano inoltre di non sentire il bisogno di cedere il comando delle operazioni alla Nato, tanto più che la Lega araba non sembra essere d’accordo su questa eventualità. Mentre per la diplomazia italiana è proprio attribuendo il comando dell’intervento alla Nato che possono essere minimizzate le tensioni col mondo arabo, favorendo gli obiettivi mirati alla protezione dei civili, al rispetto dell’embargo e della no-fly zone.
Il Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha addirittura affermato che se la missione non passerà sotto comando Nato, l’Italia avvierà una riflessione sull’uso delle sue basi. La Norvegia ha addirittura sospeso la partecipazione alle operazioni militari in Libia finché non sarà chiarita la questione del comando. L’ineludibilità di affidare il comando alla Nato è comunque razionale per tutta una serie di motivi, a partire dall’ipotesi di un conflitto che non sarà di breve durata e quindi non è auspicabile affidare la gestione delle attività ai singoli paesi partecipanti, con la relativa autonomia nella scelta degli obiettivi da colpire. Invece l’ombrello della Nato, come nella campagna aerea nei Balcani, è un modello di esperienza certamente emulabile e, al tempo stesso, assicurerebbe trasparenza e chiarezza in caso di un conflitto di non breve durata. Senza di esso i concetti di interventismo umanitario e multilateralismo efficiente non avrebbero presa sull’opinione pubblica, oltre alle probabili difficoltà ad essere accettati, soprattutto dal mondo arabo. La Nato può sicuramente fare propria questa importante necessità. Le riunioni del Consiglio Atlantico che si sono succedute in queste settimane hanno però messo in luce più divisioni che unanimità. Il via libera è condizionato dalle manifeste contrarietà espresse da Turchia, che non accetta l’intervento in Libia, e della Francia, che vuole evitare di farsi sottrarre il comando diretto delle operazioni.
L’offensiva diplomatica lanciata dal Presidente del Consiglio Berlusconi sull’assunzione del comando da parte della Nato ha dato i suoi frutti e nel tardo pomeriggio il Presidente americano Obama e il premier turco Erdogan hanno concordato che «i contributi nazionali» per l’attuazione della risoluzione 1973 sulla Libia «sono resi possibili dalle capacità di controllo del comando unico e multinazionale della Nato». A seguire sono arrivate anche le dichiarazioni del Segretario Generale della Nato Rasmussen, il quale ha confermato che la Nato ha «deciso di lanciare un’operazione per imporre l’embargo sulle armi contro la Libia». Il comando delle navi e degli aerei dell’Alleanza Atlantica nel Mediterraneo centrale è affidato all’Ammiraglio Stavridis. Rasmussen ha inoltre riferito che la Nato ha anche «completato i piani per imporre una no-fly zone per portare il nostro contributo, se necessario al vasto sforzo internazionale per proteggere il popolo libico della violenza del regime Gheddafi».
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