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Numero 476
del 22/05/2012
Le proteste infiammano anche la Siria PDF Stampa E-mail
! di G. C.
c.@ragionpolitica.it
  
lunedì 28 marzo 2011

siria-proteste-100.jpgL'onda lunga delle rivolte scoppiate nei Paesi arabi, che è destinata a ridisegnare gli equilibri di potenza nell'intero Medio Oriente, ha scosso anche la Siria. Tocca quindi ad un'altra granitica dinastia, quella dei al-Assad, fare i conti con la proteste di piazza. Il potere, saldamente nelle mani di Bashar al-Assad dal 2000 dopo il regime trentennale del padre Hafez, è espressione di una minoranza sciita in un Paese prevalentemente sunnita. Le autorità di governo, detentori di un controllo del Paese quasi assoluto assicurato attraverso lo stato d'emergenza decretato dal 1963, hanno affrontato in questi giorni una rivolta che si è ben presto trasformata in una sollevazione popolare dagli esiti incerti.

Le proteste hanno preso il via una settimana fa nella città di Dara'a, centro agricolo vicino al confine con la Giordania, a causa dell'arresto di alcuni studenti che avevano scarabocchiato graffiti antigovernativi. Dimostrazioni finite subito fuori controllo con migliaia di persone che hanno aderito alle proteste. I rivoltosi, ispirati dall'ondata di rivoluzioni che hanno scosso il mondo arabo, chiedono il ripristino delle libertà politiche, la fine dello stato di emergenza e della corruzione. Il governo ha risposto brutalmente, uccidendo decine di dimostranti e ferendone molti altri. Alcuni video, diffusi via internet nei giorni scorsi, testimoniano la violenta repressione attuata dal regime ed hanno amplificato la rabbia dei siriani, da un capo all'altro del paese.

Gli scontri iniziali non si sono placati affatto e anzi si sono diffusi anche in altre città siriane. Le forze di sicurezza, nel tentativo di disperdere i manifestanti, avrebbero ucciso decine di dimostranti. Tre persone sarebbero state uccise nel distretto di Mouadamieh, a Damasco, dove la folla, scesa in piazza per protestare contro la repressione delle manifestazioni a Dara'a, avrebbe affrontato una carovana di supporter del presidente. Intanto, i media ufficiali scrivono che rinforzi militari sono entrati a Latakia, città costiera a nord-est della Siria e feudo degli Assad, per fermare i cecchini sui tetti. Il Paese è preda da 13 giorni di una contestazione anti-governativa senza precedenti e dove sarebbero stata uccise dieci persone in seguito alla repressione operata da uomini del regime. Si segnalano movimenti di protesta, secondo i dimostranti, anche ad Aleppo, Homs e Hama. Quest'ultima città è resa tristemente famosa dal padre dell'attuale presidente, che la bombardò nel 1982 per reprimere una rivolta guidata dai Fratelli Musulmani, uccidendo decine di migliaia di persone.

Al precipitare degli eventi le autorità siriane hanno deciso di correre ai ripari, varando una serie di riforme e promettendo aumenti ai dipendenti pubblici. E' atteso, inoltre, un cruciale intervento televisivo del Presidente Bashar al-Assad per annunciare l'uscita di scena del governo, abrogare la legislazione di emergenza in vigore nel Paese dal 1963 e l'apertura a nuove formazioni politiche. La polizia ha poi rilasciato un'attivista di Dara'a, Diana Jawabra, il cui arresto aveva contribuito ad innescare le proteste contro il partito al governo Baath.

Anche due cittadini americani, secondo il Washington Post, sono stati arrestati durante le proteste dei giorni scorsi. Mohammed Radwan, 32 anni, con doppio passaporto egiziano e statunitense, è finito in carcere per avere ceduto immagini degli scontri a una donna colombiana. L'arresto è stato confermato anche dall'agenzia ufficiale siriana Sana. L'altro arrestato è uno studente di arabo in Siria per un soggiorno di studio. Stando a quanto ha riferito il padre Tom Root ai media americani, il giovane è stato portato via mentre stava assistendo alle manifestazioni senza però prendervi parte. L'uomo ha detto di avere avuto conferma dell'arresto dall'ambasciata siriana a Washington. Il Dipartimento di stato ha reso noto che sta cercando di ottenere chiarimenti sul caso dei due cittadini americani.

La ribellione araba, che sta scuotendo l'intero Medio Oriente, agisce però in modi e forme differenti. Il processo cominciato in Tunisia e proseguito in Egitto, con la caduta dei Presidenti Ben Ali e Mubarak abbarbicati da anni nelle stanze del potere, si è distinto per la capacità di questi Paesi di lasciarsi alle spalle l'epoca post-coloniale della dittatura e della repressione, dimostrando di avere, nel contempo, una società coesa e matura nell'accettare le decisioni della piazza e l'avvio di riforme democratiche. L'esito dei sommovimenti in corso sembra agire però differentemente in quei Paesi arabi alle prese con lacerazioni interne e condannati a lottare in base alle divisioni etniche, settarie e tribali. Il Libano e l'Iraq sono inciampati entrambi su questo ostacolo. La Libia si sta disintegrando davanti ai nostri occhi e lo Yemen potrebbe seguire la stessa rovinosa traiettoria.

Il regime siriano avrà di fronte una prova difficile da superare per uscire indenne dalla crisi. Giocheranno a favore o sfavore le antiche divisioni e rivalità che regolano i rapporti di forza e la coesione interna al Paese. Una posizione importante a favore del regime sarà quella dei comandanti militari alawiti, che temendo di essere allontanati dal potere e di essere perseguitati, probabilmente rimarranno fedeli al presidente. Ciò che resta da vedere è se l'élite sunnita, al fianco della famiglia Assad per oltre quarant'anni in nome della sicurezza e della stabilità, continuerà a farlo o se il presidente Assad è disposto a tentare cambiamenti profondi e rischiosi.




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