«No alle armi», le armi illegali di Hezbollah. È stato questo lo slogan principale apparso durante le manifestazioni del 13 marzo scorso a Beirut, già ribattezzate la «seconda rivoluzione dei Cedri», a cui hanno preso parte un milione di libanesi. Si è trattato del sesto anniversario della nascita del movimento «14 Marzo», guidato da Saad Hariri, ex premier e figlio di Rafiq Hariri, assassinato il 14 febbraio 2005 a Beirut.
La suddetta manifestazione, rispetto a quelle precedenti, merita tuttavia maggiore attenzione e più profonda analisi. Innanzitutto per la delicata e singolare fase storica che il cosiddetto «mondo arabo», dal Maghreb al Medio Oriente, sta attraversando. Indubbiamente, anche il Libano, per la sua posizione geografica e geopolitica risente del clima delle rivolte, ma in modo marginale.
L'impresa compiuta dal popolo tunisino prima e da quello egiziano poi, l'abbattimento del «muro della paura» e il compimento di una rivoluzione pacifica, sono azioni in cui i libanesi si dimostrarono essere pionieri già nel marzo 2005, precedendo di sei anni quanto sta accadendo oggi nel mondo arabo. Il 14 marzo del 2005 la maggior parte del popolo libanese, da ogni parte del Libano, si recò in piazza dei Martiri, a Beirut, con un'unica bandiera - quella libanese - e un unico slogan: no all'occupazione siriana e al suo governo fiduciario in Libano.
Oggi, a distanza di sei anni, lo slogan è lo stesso, cambia il target. Mentre il mondo intero guardava con stupore e apprensione a quanto stava accadendo nel mondo arabo, partendo dalla Tunisia, Hezbollah, leader del movimento «8 Marzo», allora all'opposizione in Libano, pianificava e metteva in atto un colpo di Stato politico sotto la pressione del suo esercito privato. Ritirando i suoi ministri dal governo Hariri, il Partito di Dio è riuscito a farlo cadere, passando da opposizione a maggioranza. Si tratta indubbiamente di un processo previsto in democrazia, se non fosse per l'utilizzo indiretto e pressante di un esercito privato. Ed è contro questo esercito che lo scorso 13 marzo buona parte del popolo libanese è sceso in piazza. Intervistato in occasione di una visita a Roma, lo scorso mese, l'on. Nadim Gemayel, figlio del defunto ex presidente libanese Bashir, aveva accennato alla possibilità di un'escalation in Libano, proprio per la questione delle armi di Hezbollah e del ruolo del Tribunale Internazionale Hariri.
Il vento del cambiamento nel mondo arabo ha riportato sulla superficie anche la questione del sistema confessionale in Libano. Grazie al social network Facebook - che in Libano gode di una maggiore diffusione rispetto agli altri paesi della regione -, alcuni libanesi hanno creato un gruppo virtuale che fa appello alla «caduta del sistema confessionale libanese». Come è noto, nel Paese dei Cedri vige un sistema cosiddetto «consociativo», che permette a tutte le minoranze confessionali ed etniche di essere rappresentate a livello politico e istituzionale. Tale sistema è basato su un accordo non scritto, noto come «Patto Nazionale», del 1943, che prevede una ripartizione su base confessionale di tutte le cariche istituzionali del paese. Quindi, il capo dello Stato deve essere un cristiano maronita, il presidente del Consiglio un musulmano sunnita, il presidente del Parlamento uno sciita, e così via.
In un paese in cui sono ufficialmente riconosciute 18 comunità etnico-confessionali, si è trattato di un sistema che ha permesso al paese, negli ultimi decenni, di avere uno Stato e di creare una seppur fragile stabilità fra le varie comunità. Questo sistema subì alcune modifiche a seguito degli accordi di Taef, del 1990, che posero fine alla guerra civile in Libano, e ridimensionarono il potere del capo dello Stato, maronita, potenziando quelli del primo ministro, sunnita.
Numerose forze politiche libanesi, in particolare quelle sciite, negli ultimi anni hanno sempre criticato tale sistema, in primis per ragioni demografiche. Quella sciita, in Libano, è la maggiore comunità in termini numerici. L'abolizione di tale sistema, dunque, consentirebbe alla comunità sciita - che si riconosce in Hezbollah e nell'Iran - di ricoprire la maggior parte delle cariche istituzionali e posizionare a livello ufficiale il Libano nell'asse siro-iraniano. Ed è ciò che sta accadendo.
L'attuale maggioranza in Libano, guidata da Hezbollah, ha chiaramente annunciato che porterà avanti la sua battaglia contro chi denuncia l'esercito privato del movimento sciita, contro il Tribunale e anche contro il sistema confessionale. Tale clima di tensione sta iniziando a riflettersi anche sul terreno. La scorsa settimana una bomba a mano è esplosa nei pressi di un Hotel in cui soggiornava Saad Hariri, leader dell'attuale opposizione, a Tripoli, nel nord del Libano. Nella stessa area si erano già registrati alcuni violenti scontri a seguito della caduta del governo Hariri, che gode di numerosi sostenitori nel nord del Libano, con fazioni opposte composte da elementi ‘alawiti - etnicamente legati al regime siriano e politicamente vicini a Hezbollah.
Ma ciò che maggiormente minaccia la sicurezza del Libano è l'attuale crisi siriana. Centinaia di operai siriani che lavorano nel Paese dei Cedri, andando contro corrente rispetto ai loro connazionali che vivono in Siria, sono già stati «attivati» dalle forze filo-Assad - vicine a Hezbollah, a sua volta legato alla Siria - e hanno manifestato a favore del regime siriano che li opprime, e si sono registrati alcuni scontri con giovani anti-siriani. A tal proposito, va ricordato che il Partito di Dio fu il principale - se non l'unico - movimento libanese che nel 2005 «ringraziò» la Siria per aver mantenuto in Libano il suo Esercito, i suoi servizi di sicurezza e i suoi metodi terroristici per 30 anni.
Nel sud del Libano, dove sono stanziati i militari di Unifil - di cui circa 2500 italiani - alcune agenzie parlano di «frizioni» tra i caschi blu e gli abitanti, sciiti, del villaggio di Houla, uno dei simboli della resistenza di Hezbollah. C'è tensione a Beirut, nel nord, nel sud e anche nella parte orientale del paese, la valle della Bekaa, a ridosso del confine con la Siria. In quest'area alcuni giorni fa sono stati rapiti sette ciclisti estoni, facendo tornare la mente al triste periodo dei rapimenti in Libano negli anni '80. Infine, a Zahle, villaggio cristiano della Valle, nella notte di sabato scorso, l'esplosione di un ordigno ha pesantemente danneggiato la chiesa locale. E ciò riporta la mente agli attentati degli ultimi anni. In Libano, dunque, il rischio non è tanto di una «rivoluzione» o della caduta del «sistema confessionale», ma, coma ha ribadito Amine Gemayel - ex presidente della Repubblica e leader del partito falangista - l'inizio di una nuova catena di attentati e quindi di un ritorno alla strategia della tensione, che, se ben giocata, potrebbe essere l'unica carta in grado di salvare il regime di Assad.
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