 Passano i giorni e cresce l'allarme nucleare in Giappone. Acqua radioattiva fuoriesce dalle turbine e defluisce a mare. Più in là si vedono consistenti emissioni di nubi radioattive dalla fusione parziale delle barre di combustibile che costituiscono il nocciolo. Contraddicendo le minimizzazioni fatte dal governo giapponese, i tecnici della Tepco (la società leader della produzione di energia nucleare che gestiva gli impianti) stanno rilevando livelli sempre più critici di plutonio nei suoli circostanti i reattori. Al timore di danni irreparabili per la salute dell'uomo e per l'ambiente bisogna aggiungere, però, una scoperta alquanto sconcertante: secondo quanto diffuso dalla Reuters, un ingegnere della Tepco, a capo della sicurezza, avrebbe rivelato, in un rapporto del 2007, che i dispositivi di sicurezza non erano abbastanza sofisticati da reggere l'onda d'urto di un eventuale tsunami. Pur esistendo una percentuale del 10% in un arco di 50 anni di onde superiori ai sei metri, lo tsunami si è abbattuto. E così, a fronte dei ripetuti allarmi trascurati, adesso si cerca di capire a chi attribuire la responsabilità. Nonostante quel rapporto fosse, infatti, stato presentato a una conferenza sull'ingegneria nucleare a Miami, sempre nel 2007, la Tepco non ha mosso un passo per modificare i propri sistemi di sicurezza. Interventi troppo costosi? O percentuali di accadimento dell'evento disastroso troppo basse? In casi discrezionali di questo tipo, dovrebbe entrare il gioco il principio precauzionale. Se il rischio scientifico è plausibile, chi è tenuto a prendere una determinata decisione non può esitare qualora la sua inattività possa arrecare rischi concreti alla società o all'ambiente. L'unico caso di esclusione dalla responsabilità interviene quando emerga la prova certa e incontestabile dell'assenza di rischi. In questo caso, invece, i rischi esistevano, ma la Tepco è rimasta inerte. Bisogna sottolineare che la normativa giapponese in materia di sicurezza di centrali nucleari è pedissequamente modellata su quella statunitense, molto rigida dopo il catastrofico incidente di Three Mile Island. Eppure fra i due sistemi c'è un punto di rottura: quella nipponica avrebbe maglie più larghe con riferimento all'obbligo di protezione da disastri naturali futuri, diversi dai terremoti. Tale circostanza, allora, potrebbe aver agevolato quel velo di negligenza che oggi traspare dalla gestione della Tepco. Ma in questi ultimi giorni ne sta pagando le conseguenze. Conseguenze anche economiche. Perché le azioni della società in questione subiscono di giorno in giorno crolli preoccupanti. Nonostante la Tepco abbia chiesto in prestito i primi 25 miliardi di dollari (!!!) per la realizzazione di interventi di emergenza, c'è il rischio che, se dovesse protrarsi questo trend, nelle mani degli investitori rimangano titoli di carta straccia. Perché, oltre all'emergenza, bisognerà affrontare le spese di messa in sicurezza degli impianti, la ricostruzione, le perdite derivanti dal blocco della produzione, le richieste di risarcimento dei danni avanzate da chi viveva nei luoghi a rischio contaminazione, etc... Certo, una parte di queste spese saranno compensate dal denaro liquidato dalle assicurazioni. Ma non tutti i danni potranno essere coperti. In più è assai probabile che la Tepco non rimanga indenne da responsabilità. In un contesto geologico ad altissimo rischio sismico ci si chiede, quindi, quanta voglia abbia il Giappone di salvare la Tepco e accollarsi il debito che ne deriverebbe. Alcuni membri dell'esecutivo stanno già affrontando il problema, ventilando l'ipotesi di uno o più bilanci straordinari, nella consapevolezza dell'impossibilità di lasciar fallire il provider energetico di tutta Tokyo. Koichiro Gemba, ministro della Strategia Nazionale, ha proposto come ultimo scoglio la nazionalizzazione del gigante. Quale sarà il suo destino, quindi, è ancora oscuro. Ciò che è facile prevedere, però, è che la vicenda avrà non poca incidenza sul terribile debito pubblico giapponese. Condividi questo articolo      
|