Che le opposizioni siano arrivate al punto di strumentalizzare, per fini di bassa polemica politica, la tragedia del mare al largo delle coste di Lampedusa la dice lunga sul tasso di autorevolezza, credibilità e senso di responsabilità di partiti (il Pd, l'Udc, l'Idv) che intendono proporsi un domani alla guida del Paese. Ma questo è soltanto l'ultimo episodio, in ordine di tempo, che conferma una tendenza che va avanti da lunga pezza. La verità è che ogni fatto o argomento è buono per accusare il governo Berlusconi di tutte le nefandezze possibili e immaginabili, per gridare ai quattro venti che l'esecutivo in carica è la causa di tutti i mali dell'Italia, per aizzare la piazza contro il nemico del popolo. Il motore di tutto ciò non è una proposta politica alternativa, un'agenda di riforme o, come si suol dire, un'altra «idea di Paese», ma soltanto l'odio e la rabbia. L'odio contro il Cavaliere e la rabbia di vederlo ancora a Palazzo Chigi, supportato da una maggioranza che, seppur risicata alla Camera, tiene il punto, smentendo le previsioni di coloro che, dopo il voto sulle mozioni di sfiducia del 14 dicembre scorso, avevano profetizzato l'impossibilità, per la coalizione berlusconiana, di andare avanti con numeri così esigui.
E forse è proprio a quella data che bisogna guardare per spiegare certi atteggiamenti e certe scelte recenti dell'opposizione, che mostrano chiaramente come essa risulti affetta da una sorta di «sindrome della spallata» che le impedisce di elaborare coerenti strategie di lungo respiro, imprigionandola in uno sterile tatticismo del giorno per giorno, nell'ostruzionismo parlamentare fine a se stesso, nella protesta a prescindere contro qualsivoglia provvedimento messo in campo dalla maggioranza. Questo non è fare politica, checché ne dica il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. Questo è semplicemente cedere, senza se e senza ma, alle pulsioni belluine della pancia antiberlusconiana del centrosinistra nostrano. E' assecondare quel deleterio clima da guerra civile permanente che impedisce ai rappresentanti del popolo di affrontare insieme, ancorché con idee e prospettive diverse, i grandi temi della modernizzazione del Paese, delle sue istituzioni, del suo sistema economico, e di farlo sulla base di quel minimo comun denominatore che dovrebbe essere il bene comune, il sentirsi parte di una «comunità di storia e di destino», a maggior ragione nel tanto osannato - a parole - 150° anniversario dell'unità d'Italia.
Questo comportamento dei partiti di opposizione è tanto più grave se si tiene conto del contesto internazionale all'interno del quale esso di dipana, cioè da un lato dentro un quadro di cambiamenti epocali che coinvolgono i Paesi della sponda sud del Mediterraneo e che toccano da vicino, non solo geograficamente, l'Italia, e dall'altro lato dentro una fase complessa e incerta di uscita da una crisi economica globale che ha obbligato ed obbliga ad un ripensamento radicale delle prospettive e delle strategie di crescita dei singoli Stati. Di carne al fuoco, dunque, ce ne sarebbe tanta. Ma tutto questo, a sentire le quotidiane dichiarazioni dei leader dei partiti di centrosinistra, nel migliore dei casi appare come un dettaglio secondario, nel peggiore sembra non esistere tout court. L'attenzione è concentrata, in maniera monomaniacale, soltanto sulle barzellette di Berlusconi, sulla sua vita privata, su Nicole Minetti, sulle ragazze dell'Olgettina, sulle feste di Arcore, sul bunga bunga e altre amenità del genere. Verrebbe (viene) da pensare che su tutto il resto i partiti antiberlusconiani non abbiano uno straccio di idea, ammesso e non concesso che possano essere chiamate «idee» quelle che ruotano attorno al cosiddetto «Rubygate».
Insomma, è evidente che un'opposizione seria e responsabile resta, a tutt'oggi, ancora un miraggio. Non è certamente un bene per il Paese, chiamato ad affrontare sfide che richiederebbero un surplus di ragionevolezza e buona volontà da parte di tutti.
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