Torna in campo la diplomazia per cercare di risolvere la crisi libica: questa settimana appare cruciale su tutta una serie di fronti, questa volta non propriamente militari. Sono previsti, infatti, importanti tavoli di trattative che potrebbero portare a soluzioni condivise per l'avvio di una tregua definitiva tra lealisti e ribelli. E′ recente la notizia dell′accettazione della «Road Map» di riparazione da parte del governo della Libia. La guerra in atto da quasi due mesi, a partire dallo scorso 17 febbraio, sembra poter volgere al termine. Una delegazione dell'Unione Africana (Ua) ha sottoposto la lista di richieste distribuite per tappe al governo libico e, stando alle prime notizie emerse, sembra che l'azione diplomatica stia aprendo una breccia. Lo riferisce Jacob Zuma, presidente sudafricano, che ha personalmente mediato durante le trattative di queste ore a Tripoli. L′obiettivo della delegazione capitanata da Zuma è ambizioso. Infatti, si sono prefissi di ottenere un cessate il fuoco generale, ipotesi che però vede perplessi, al momento, gli insorti, che non si fidano molto delle intenzioni o delle sorprese che potrebbe riservare Gheddafi nell′immediato futuro. Mentre nella giornata di giovedì prossimo il presidente della Commissione dell'Unione, Jean Ping, sarà in Egitto al Cairo ad una conferenza dell'Onu con Unione europea e Lega araba.
Insomma, per chi non lo avesse ancora capito (la Francia si ostina a farlo, ma ormai appare isolata) la guerra fin qui condotta dagli alleati è stata una follia. E, ormai, i primi a essere convinti che le bombe sganciate dal cielo non basteranno a cacciare Gheddafi, sono proprio i responsabili dell'Alleanza. «Non c'è una soluzione militare a questo conflitto. Noi abbiamo bisogno di una soluzione politica e tocca al popolo libico muoversi in tal senso», ha dichiarato ieri il segretario generale Anders Fogh Rasmussen. L'ex primo ministro danese sta avendo colloqui con gli alleati, in vista della riunione del gruppo di contatto sulla Libia in Qatar, mercoledì 13, e della ministeriale esteri della Nato, il 14 e il 15 a Berlino, dove è attesa Hillary Clinton, segretario di stato Usa.
Mentre la diplomazia è in fermento alla ricerca di una possibile e duratura tregua tra i contendenti, si affacciano con insistenza ipotesi di scenari futuri che potrebbero in tempi brevi essere attuati per avviare l'auspicato processo di transazione democratica. In tal senso, l'Unione Europea assicura le Nazioni Unite di essere pronta a dispiegare una missione militare a sostegno umanitario, la Nato comincia anch'essa a considerare il dispiegamento di una forza di interposizione tra le parti opposte, una sorta di «cuscinetto» che però non ha ancora coinvolto la componente militare dell'Alleanza. Uno scenario, comunque, possibile alla stregua di quanto successo in Libano, dove Hamas e Israele riconoscono la missione dei caschi blu delle Nazioni Unite come un arbitro affidabile e imparziale. Peccato che in Libano le parti opposte entro le quali interporsi sono definite mentre in Libia questo resta molto più difficile da stabilire. Infatti, la comunità internazionale è divisa sul riconoscimento del Cnt, il Consiglio nazionale di transizione libico al quale i ribelli fanno riferimento.
Intanto sul piano militare proseguono con maggiore intensità i raid della Nato. Negli ultimi due giorni le incursioni hanno distrutto 25 tank di Gheddafi inviati contro Ajdabiya e Misurata. In queste ultime ore si è segnata una vittoria abbastanza importante per le forze che si stanno ribellando a Gheddafi. Le truppe del colonnello infatti sono state messe in fuga da un raid della Nato nei pressi della città di Ajdabiya, considerata militarmente un obiettivo strategico importante del conflitto, dal momento che tale città apre la via all'Est della Libia, attualmente sotto l'attento controllo dei ribelli. Le truppe di Gheddafi da 48 ore tenevano sotto azione armata la città e gli attacchi hanno provocato vittime tra insorti, almeno 12 persone hanno perso la vita. Stavolta però l'intervento della Nato ha dato una svolta a favore, distruggendo undici carri armati del colonnello vicino ad Ajdabiya, ed altri quattordici nei pressi di Misurata, altro centro cruciale nel conflitto. In quest'ultima località gli scontri hanno raggiunto un livello di crudezza che è stato definito all'ultimo sangue dai testimoni diplomatici internazionali. Ma la situazione ad Ajdabiya sembra essere tuttora pesante per gli insorti e per i civili, e l'attacco a questi ultimi da parte di Gheddafi è tutt'ora in corso.
L'Alleanza è consapevole che per risolvere la crisi c'è bisogno di uno scatto di reni per superare lo stallo sul terreno tra insorti e lealisti e dare una prospettiva di sicurezza al post-conflitto. Rasmussen ha parlato ieri con il ministro degli Esteri Frattini: il colloquio rientra nel giro di consultazioni che il segretario generale sta infittendo in vista della riunione del Gruppo di Contatto di Doha e soprattutto della ministeriale Nato di giovedì e venerdì prossimi a Berlino. Per il momento l'Italia ha ascoltato, senza poter dare una risposta subito. «Non c'è nessuna decisione operativa immediata», riferiscono fonti della Farnesina. Autorizzare bombardamenti o garantire disponibilità di truppe non rientra nelle disponibilità di un singolo ministro. Così lunedì sia la Farnesina che il titolare della Difesa La Russa si sono affrettati a precisare che dovrà essere tutto il governo «a prendere le proprie decisioni» sulle richieste Nato e dei ribelli del Cnt.
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