Di fronte alle sfide che il mondo ci riserva, di fronte ad emergenze umanitarie come quella che si è scatenata a seguito della crisi dei regimi del Nord Africa e che ha riversato sull'Italia un'ingente ondata di immigrazione clandestina, che fa l'Europa? Abbandona il nostro paese, alla faccia dello spirito di solidarietà che dovrebbe animare le istituzioni comunitarie, le quali dimostrano, una volta di più, di non essere altro che una mastodontica macchina burocratica che, più che al servizio delle istanze dei propri cittadini, appare unicamente orientata a fare il gioco dei poteri forti che ruotano attorno alla sfera dell'euro.
Evidentemente il principio cristiano della solidarietà tra i popoli, a livello di un'Unione europea che ha rifiutato di riconoscere le sue comuni radici cristiane, si rivela essere un principio del tutto vuoto, privo del suo significato più profondo. L'Europa, come sappiamo, ha scelto di non avere un'identità culturale, preferendo abdicare alle sue radici storiche e dunque alla sua dimensione meta-nazionale, che le avrebbe consentito di creare un ponte al di sopra delle nazioni unendo i rispettivi popoli. Il processo di unificazione europea, che nell'intento dei padri fondatori doveva avere un percorso politico, prima ancora che economico, ha finito per seguire un tragitto inverso, che aveva come primo punto di approdo la creazione di un mercato comune tra gli Stati componenti, e non un'unione politica di popoli tutelati da istituzioni realmente rappresentative delle istanze dei propri cittadini.
I risultati di questo approccio sono sotto gli occhi di tutti: l'Europa interviene con la sua «solidarietà» solo laddove siano a rischio gli interessi economici dei poteri forti che la incarnano, ma si lava le mani quando si tratta di sviluppare politiche di sostegno ad una crisi socio-umanitaria e geopolitica come quella attuale. Come mai? L'Unione europea, evidentemente, proprio per il vizio che ha caratterizzato il suo percorso d'integrazione, non è in grado di esprimere una linea politica comune e di parlare con una sola voce perché a prevalere sono gli egoismi nazionali, che, una volta di più, mettono in evidenza come essa si riveli spesso essere solo una costruzione incompiuta, priva di un ideale comune e, soprattutto, di una fede in qualcosa che vada oltre le passioni individuali e le esigenze politico-elettoralistiche dei singoli Stati.
In questo contesto, abbastanza desolante, accade così che sfide come quella dell'immigrazione, che dovrebbero riguardare tutta l'Europa ed essere affrontate in modo unitario, siano ignorate per salvaguardare l'interesse dei più forti: l'Italia, come sostenuto in occasione del Consiglio Ue tra i ministri degli interni, dovrà cavarsela da sola. Da una parte il nostro Paese deve giustamente mostrarsi solidale quando si tratta di salvare la Grecia, il Portogallo o l'Irlanda (ricordiamo che le banche tedesche erano invase dai titoli tossici greci), dall'altra non è ammesso che l'Italia chieda solidarietà di fronte ad un'emergenza migratoria come quella attuale (altrimenti ad essere danneggiata potrebbe essere la Francia).
E così, proprio quando si tratta di risolvere problemi propriamente politici, ecco che l'Europa si mostra per quello che è: una semplice castello burocratico, un organismo la cui unica spina dorsale è costituita dalla materialità dell'euro. Purtroppo, però, la sua frammentarietà politica, più che mai evidente in occasione della crisi migratoria appena esplosa, rischia di non consentirgli di divenire un credibile soggetto politico mondiale, poiché il peso specifico di un interlocutore globale deve poter essere misurato non solo sulla base di parametri economico-finanziari, ma anche e soprattutto dalla sua capacità di mettere in campo una politica estera, di sicurezza e di difesa comune, dalla sua capacità di creare la storia e non di subirla. Finché l'Europa non troverà un senso alla propria unità, il Vecchio Continente si caratterizzerà solo come un corpo geografico senza un'anima.
Ha ragione il ministro degli Esteri Frattini quando sostiene che l'Europa sia una «grande opportunità», ma allo stesso tempo egli ritiene che sia giusto chiedersi se, dopo il Trattato di Lisbona, «l'Europa è politica o non lo è». «In questa vicenda - ha sottolineato il titolare della Farnesina - non lo è stata». Egli ha argomentato questa tesi rimarcando che il Trattato di Lisbona «dice che i negoziati li deve fare l'Europa. Noi abbiamo negoziato con la Tunisia a livello bilaterale, se il Trattato di Lisbona fosse stato davvero applicato, quel negoziato sarebbe stato europeo». «Ma, se non lo fa nessuno, - ha proseguito il ministro - lo deve fare l'Italia».
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