Le dimostrazioni di piazza contro il governo in Siria non sembrano placarsi e, negli ultimi giorni, si sono addirittura allargate ad altre città: Homs, Duma e Harasta. Alla base delle tensioni, mai sopite nello Stato chiave per la pace mediorientale, la richiesta di riforme al presidente Bashar al-Assad. Il pacchetto presentato dal leader-oftalmologo, discendente di longeva dinastia, non ha però convinto la piazza che giudica insufficienti le proposte del presidente.
La città, epicentro delle rivolte nel Paese, è stata ancora una volta Daraa, nel sud della Siria, dove la popolazione ha nuovamente assistito a sanguinosi scontri. La protesta è esplosa nella giornata di venerdì, all'uscita della Moschea, trasformandosi subito in una lotta con le forze dell'ordine. Come capita spesso negli ultimi mesi, lo scontro è iniziato immediatamente dopo la preghiera comunitaria del venerdì, unico giorno in cui i fedeli, dopo le forti limitazioni imposte dal governo, hanno la possibilità di radunarsi. Gli agenti hanno deciso di sparare sulla folla, dopo che questa aveva dato fuoco alla sede del partito governativo Baath e distrutto la statua dedicata al fratello dell'attuale presidente, provocando 30 vittime tra i dimostranti.
Il governo siriano ha deciso di usare il pugno di ferro contro i dimostranti. Lo confermano la risolutezza con cui le forze dell'ordine, nel pomeriggio di sabato, hanno di nuovo aperto il fuoco sulle persone che si erano radunate vicino alla moschea di Omari a Daraa, dove si era da poco concluso il funerale di massa di diversi manifestanti uccisi il giorno precedente. Secondo due testimoni, gli agenti hanno cominciato a prendere a bersaglio un gruppo che intonava canti e slogan contro il regime. Ma anche domenica all'alba le forze di sicurezza hanno disperso un sit-in a Latakia, il principale porto del Paese, 330 chilometri a nord-ovest di Damasco, sparando pallottole vere sui manifestanti. Testimoni oculari, citati dai siti di monitoraggio Rassd e NowSyria che trasmettono anche su Twitter, riferiscono che i manifestanti si erano radunati nel quartiere sunnita di Sleibeh e stavano invocando riforme democratiche quando sono stati attaccati.
L'opposizione, che cresce di giorno in giorno, ma manca di leadership e di organizzazione, è rimasta delusa dal mancato annuncio del Presidente Assad di revocare lo stato d'emergenza, in vigore in Siria sin dal 1963. I manifestanti sperano nella fine dello stato d'emergenza che rende illegale qualsiasi assembramento e il diritto di creare e legalizzare i partiti. Nella Costituzione siriana, infatti, non esistono partiti al di fuori del Baath, che è la sola guida della nazione. Ma il regime militar-poliziesco di Assad sa di non poter accettare la fine del partito unico, perché sarebbe l'inizio della sua fine. Per questo il ministero degli Interni promette «fermezza» contro le manifestazioni e nessuno degli esponenti del governo parla di dialogo e di possibili concessioni. Le poche promesse, che nei giorni scorsi sono state rivolte alla popolazione siriana, sono state respinte dai dimostranti come insufficienti. Anche i 200mila curdi del Nord Est, ai quali Bashar Assad aveva promesso la cittadinanza siriana, le hanno rifiutate.
Il regime è intenzionato a contrastare qualsiasi forma di opposizione e utilizza il pugno di ferro anche nei confronti degli organi di stampa. Samira Masalmeh, direttrice del quotidiano ufficiale siriano Teshreen, si era pronunciata ieri contro la repressione a Daraa ed oggi è puntualmente arrivata la sua defenestrazione dal ministero dell'Informazione. La Masalmeh, prima donna a guidare una testata ufficiale in Siria, in un'intervista ad al-Jazeera aveva affermato: «I responsabili delle forze di sicurezza che hanno ucciso i civili a Daraa dovrebbero essere processati». Aveva, inoltre, espresso solidarietà per le famiglie dei «martiri» e messo in dubbio l'autenticità di un video diffuso dalle autorità, in cui si vedono presunti provocatori in borghese sparare contro i manifestanti.
Scende in difesa del regime di Assad anche l'alleato iraniano, avallando l'ipotesi del complotto internazionale contro la Siria guidato dall'Arabia Saudita. La televisione di Stato iraniana ha accusato l'Arabia Saudita e la Giordania di avere organizzato le proteste in Siria e di avere fornito armi all'opposizione, in collaborazione con Usa e Israele. Scrive sul suo sito l'emittente in lingua inglese PressTv: «Gli Usa, Israele, la Giordania e l'Arabia Saudita hanno formato un quartier generale congiunto nell'ambasciata saudita in Belgio per coordinare i disordini in Siria». A «dirigere» l'operazione ci sarebbe l'ex vice presidente siriano Abdul Halim Khaddam, che si dimise nel 2005 dopo aver accusato il regime del presidente siriano Bashar al-Assad di essere implicato nell'assassinio a Beirut dell'ex primo ministro libanese Rafik Hariri. «L'Arabia Saudita - aggiunge la tv iraniana - pagò allora 30 milioni di dollari a Khaddam per convincerlo a lasciare il governo di Assad».
Il fine ultimo di questo complotto, sempre secondo PressTv, sarebbe quello di provocare «la caduta dell'asse Teheran-Damasco-Beirut» e «l'eliminazione della resistenza libanese», cioè le milizie sciite di Hezbollah che rappresentano una delle maggiori minacce per Israele e che godono dell'appoggio della Siria e dell'Iran. Il regime degli ayatollah è da diverse settimane ai ferri corti con l'Arabia Saudita e con le altre monarchie arabe del Golfo per i disordini in Bahrein, che i Paesi arabi accusano l'Iran di fomentare. L'Iran ha chiesto a Riad di ritirare dal piccolo Stato-arcipelago le truppe che ha inviato il mese scorso per aiutare la dinastia sunnita al potere a sopprimere la rivolta in un Paese dove la popolazione è al 70 per cento sciita.
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