Il giorno 11, nella cronaca del terrorismo, sembra essere colpito da una sorta di maledizione: l'11 settembre del 2001 l'attacco alle Torri di New York, l'11 marzo del 2004 ci fu l'attentato alla metropolitana di Madrid, l'11 luglio 2006 un altrettanto sanguinoso attacco alla stazione di Bombay (200 morti) e l'11 aprile del 2007 fu la volta di Algeri ad essere colpita da un doppio attentato di matrice islamista.
L'11 aprile di quest'anno il terrorismo ha di nuovo colpito, questa volta un obiettivo considerato fra i meno probabili: la capitale della Bielorussia Minsk, dove un attentato dinamitardo ad una stazione della metro ha causato un bilancio di 12 morti e quasi 200 feriti, quasi tutti di nazionalità bielorussa ma anche russa e polacca.
Fino ad ora la Bielorussia era nota all'opinione pubblica europea e mondiale per il suo essere l'«ultima dittatura» d'Europa, una sorta di relitto di Unione Sovietica governato dall'imprevedibile Presidente Alexandr Lukashenko, una figura singolare che riunisce in sé le caratteristiche del burocrate sovietico, del leader terzomondista (sono note le sue simpatie per Chavez e Ahmadinejad) e del nazionalista panslavo, benché sia guardato con sempre maggior apprensione dal vicino moscovita, che comincia a non sopportare più certe sue intemperanze e soprattutto le inadempienze sui pagamenti del gas russo.
Nonostante il carattere di eccezionalità di questo paese in un Europa che si vorrebbe integralmente liberale e democratica questo sanguinoso attentato appare quasi inspiegabile. È da escludere la pista islamica caucasica visto che la Bielorussia, pur essendo alleata di Mosca, non ha partecipato ad alcun tipo di operazione militare in Cecenia, né ha supportato in alcun modo lo sforzo militare russo; anche la pista islamica internazionale non avrebbe credibilità, non essendo il paese slavo impegnato in missioni militari in paesi islamici e non ospitando nemmeno minoranze nazionali musulmane. L'unica minoranza nazionale di una certa consistenza e con una storia di contrasti con le autorità centrali, sovietiche prima e bielorusse poi, è quella polacca, ma tali divergenze sono sempre state di natura culturale e mai hanno dato vita a scontri etnici che potessero giustificare la nascita di un separatismo violento.
L'opposizione a Lukashenko non sembrerebbe in grado di organizzare un operazione del genere, se non altro per la sua matrice politica, liberale o social-democratica; certo esistono anche in Bielorussia frange di estremisti analoghi agli anarco-insurrezionalisti occidentali (non dimentichiamo che un secolo fa le terre dell'ex-impero zarista furono un'autentica fucina di terroristi nichilisti e anarchici), ma un attentato del genere difficilmente potrebbe essere opera di tali gruppi.
Rimane un'altra pista, quella più amata da dietrologi e retro scenisti, quella dell'«auto attentato» messo in opera dagli stessi apparati di sicurezza bielorussi (che si chiamano ancora Kgb!) per giustificare un giro di vite repressivo e per spingere la popolazione impaurita a sostenere il governo. Questa ipotesi, per quanto affascinante, fino ad ora non viene accolta neppure da fonti vicine all'opposizione (come dice il dissidente Yaroslaw Romanchuk Aria Novosti) non tiene conto in ogni caso del fatto che un attentato, se è vero che spaventa la popolazione, è anche altrettanto vero che mette a nudo le deficienze stesse dell'apparato di sicurezza governativo, tanto più di un regime come quello di Lukaschnko che ha fatto della «stabilità» economica, politica e sociale dei pilastri del proprio potere.
A causa della crisi economica, che si è fatta sentire anche in Bielorussia, stanno scricchiolando due dei pilastri del potere di Lukaschenko, quello economico e quello sociale, e ora un attentato come quello appena avvenuto rischia di compromettere quello che forse era il pilastro più importante: la stabilità politica, che effettivamente la Bielorussia aveva saputo mantenere a differenza della vicina Russia, stravolta negli anni '90, e oltre, da crisi economiche e istituzionali (il bombardamento del parlamento del 1993) e da guerre di confine, e dell'Ucraina, in perenne crisi politica dalla «rivoluzione arancione» del 2004 e con un'economia tutt'altro che stabile.
Qualsiasi sia la matrice di questo attentato è certo che un innalzamento della tensione politica in un paese cerniera così delicato, posto a cuscinetto fra la Russia e tre membri dell'Ue e della Nato (Polonia, Lituania e Lettonia), non è certamente vantaggioso né per l'Europa, alle prese con il cos mediterraneo né per la Russia, il cui confine meridionale caucasico e centrasiatico è tutt'altro che sicuro.
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