Diciannove parlamentari del Pdl guidati da Gabriella Carlucci hanno chiesto che sia istituita una commissione parlamentare per verificare l’imparzialità dei testi scolastici. Oggetto di attenzione sono soprattutto i libri di storia, in particolare per quanto riguarda i capitoli inerenti al periodo contemporaneo. Senza che la cosa susciti particolare stupore, è ovviamente scoppiata la solita, stantia e poco decorosa polemica caratterizzata dalle tensioni ormai oniriche della sinistra che continua a gridare (inascoltata, per altro) contro l’introduzione di un «nuovo minculpop».
Ma a prescindere dai torti e dalle ragioni delle due parti contrapposte, l’episodio sollecita interessanti riflessioni. Dagli anni ’50 agli anni ’70 occorre riconoscere che la cultura «impegnata» di sinistra ha contribuito a svecchiare la cultura italiana, ancora impregnata della eredità gentiliana e crociana. Il progetto di fondo era quello ispirato all’egemonia culturale di matrice gramsciana: occupa tutto lo spazio culturale e automaticamente avrai in mano il paese.
Il vecchio Pci, ben più organizzato ed efficiente dell’attuale Pd, ha avuto in mano le fabbriche ed i pensatoi culturali, ma non è mai andato al governo. E questo la dice lunga. Occorre precisare come testi scolastici quali il Saitta (Storia), il Sapegno (Letteratura italiana) o il Marchesi (Storia della letteratura italiana), scritti da soggetti certamente impegnati a sinistra ma studiosi di razza e valore, hanno fornito le basi a milioni di studenti…senza trasformarli in trinariciuti!
Dalla fine degli anni ’70 in poi la cultura di sinistra è andata pesantemente in crisi. Esaurita la spinta propulsiva e innovativa che tanto ha contribuito ad offrire originali chiavi di lettura di scrittori ed eventi storici, si è bloccata, si è ripiegata su se stessa: è sostanzialmente morta insieme al crollo del muro di Berlino. Fine di un impero, fino di un pensiero coerente, anche se non condivisibile.
Oggi che cosa è rimasto? Non l’ideologia, che avrebbe comunque una sua dignità, ma la bassa propaganda politica, l’antiberlusconismo, l’odio che ha riempito, insomma, quello spazio che la cultura ha lasciato vuoto. E questo è grave almeno per due ragioni: colpa della cultura di destra che non ha saputo concentrarsi su un sistema coerente da un lato, e posizionamento della sinistra al di là di intoccabili steccati e forte di ricchissime rendite monopolistiche dall’altro. Pertanto, le istituzioni culturali e civili sono per la più parte in mano loro (pensiamo all’Anpi): gli altri non passano. Non esiste osmosi, ma preservazione dello status quo ad oltranza. Pensiamo al destino che ha patito Gian Paolo Pansa, i cui libri sono stati la vera novità storica degli ultimi cinquant’anni e che andrebbero studiati nello scuole: ostracizzato dal bel mondo che conta e di cui egli stesso ha fatto parte e costretto a rinunciare a presentare pubblicamente i suoi libri per via dei soliti «garanti della costituzione democratica» che sparano razzi sui sindacalisti, per capirci…
E qui veniamo al punto. E’ vero: il vecchio Guglielmino forniva una lettura ideologica degli autori e dei movimenti del ‘900, ma almeno forniva i testi che lo studente poteva leggere, arrivando magari a conclusioni personali. Oggi se volete trovare un testo di Camillo Sbarbaro, ad esempio, dovrete rinvenire in casa un'antologia dei vostri nonni o siete fritti. Oppure acquistarvi l’opera omnia dell’autore, ammesso che sia ancora in catalogo.
Il problema posto all’attenzione dai nostri parlamentari pertanto esiste eccome, ma molto più grave della semplice dialettica destra-sinistra, del Berlusconi si e Berlusconi no. Il problema vero e reale inerisce alla formazione degli studenti e ad una scuola che deve riscoprire il proprio ruolo. Che i professori siano o non siano ideologicamente orientati ha una importanza relativa: è fondamentale però la chiarezza negli intenti, nelle vedute, nella eventuale partigianeria. Perché questo consente ai discenti di scegliere liberamente e criticamente…da che parte stare.
In questo l’atteggiamento della neocultura di sinistra-chic ha fallito, ovvero nell’aver coniugato all’odio inveterato di matrice ideologica un paternalismo bolso e pieno di blandizie inutili verso gli studenti, considerandolo alla stregua di «minus habentes», di subnormali, attraverso l’adozione sistematica di «moduli di insegnamento» (bisognava dire così: oggi forse potremo richiamarle lezioni…) e testi funzionali ai medesimi che, al contrario di quanto accadeva una volta, non comportavano nessuno sforzo cognitivo, nessuna necessità di sviluppare un adeguato apparato critico: tutto predigerito ed immediatamente assimilabile. Soprattutto se debitamente condito da marchiani falsi storici che però vellicano ben bene l’umor di piazza. Del resto a che mi serve la critica (anche marxista, se vogliamo) quando ho già Travaglio, Asor Rosa, Pardi, Scalfari e Giannini che pensano per me? A che prò sforzarmi di apprendere trivio e quadrivio quando proprio coloro che, costituzione alla mano, alzano alte grida di sdegno per il degrado culturale e civile dell’Italia sono i primi che pretendono di omologare il pensiero di tutti al proprio?
Il giovane per crescere ha bisogno di una verità motivata, di metodo, di competenza. Per questo il panorama del «mercato scolastico» oggi non offre un’immagine entusiasmante: si insegna una pseudo modernità, si danno chiavi di interpretazione farlocche e velleitarie, volendo tagliare ad ogni costo le radici con la «vecchia» cultura che, al di là della matrice ideologica o meno, aveva comunque non solo una coerenza di fondo ma anche un radicamento identitario nel paese.
Non si tratta quindi di voler riscrivere la storia a proprio uso e consumo (qualcun altro tuttavia lo ha fatto, impunito, per decenni…), ma di ritrovare un minimo del rigore, oggi sbiadito, che caratterizzava i manuali scolastici di una volta che, pur scritti da marxisti convinti, in nessun modo rassomigliavano alla prima pagina de Il Fatto quotidiano.
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