Anche nel paese dei laghi le urne chiuse la sera del 17 aprile hanno dato un esito positivo per una formazione populista ed euroscettica, un risultato che non ha mancato di destare le oramai rituali inquietudini degli osservatori e dei media europei che, dopo i successi di Geert Wilders in Olanda, dei Demokraterna (Democratici) in Svezia e di analoghe formazioni europee, vedono il successo di un partito giudicato «xenofobo e populista» in un altro degli ex paesi-modello della socialdemocrazia nordica.
Il partito dei «Veri Finlandesi» (Perussuomalaiset) è il terzo partito della Finlandia, con un 19 percento dei suffragi che lo pone solo di pochi punti in coda ai socialdemocratici, secondi con il 19,4 e al Partito della Coalizione Nazionale, il partito di governo che si piazza al primo posto con il 20,4 percento dei voti ottenuti.
Dalla competizione elettorale risulta evidente il trionfo dei «Veri Finlandesi», passati dal 4,05 percento delle passate consultazioni (del 2007) al quasi quintuplo di oggi, e la flessione dei partiti di maggioranza, dai Socialdemocratici ai liberalconservatori del Partito della Coalizione Nazionale, che perdono circa due punti percentuali, al vero e proprio tonfo dei centristi della premier uscente Mari Kivinemi, che subiscono un tracollo di voti, dal 23,11 per cento (primo partito nel 2007) all'attuale 15,8.
È difficile prevedere se tale successo si consoliderà nel tempo, facendo magari di quel partito una autentica forza di governo, o se si rivelerà un mero voto di protesta estemporaneo ma ora Perussuomalaiset è l'indubbio vincitore delle elezioni e il futuro «ago della bilancia» di qualsiasi equilibrio elettorale del paese dei laghi, sia che esso venga coinvolto nel governo sia che rimanga all'opposizione.
Ma cosa rappresenta questo partito e perché spaventa così tanto osservatori e giornalisti? Perussuomalaiset non è un partito di estrema destra, né tantomeno neofascista, e le sue origini affondano nello scomparso Partito Rurale, una formazione populista nata negli anni '50 per rappresentare gli interessi degli agricoltori e della piccola borghesia rurale, non rappresentati dai partiti social-democratici o liberali.
Il Partito Rurale in ogni caso non aveva legami con passate formazioni di stampo fascista o nazional-socialista, del resto minoritarie in Finlandia persino durante la Seconda Guerra mondiale, quando il paese nordico si trovò alleato fra il 1941 e il 1944 alla Germania nazional-socialista per non essere travolto dai sovietici.
Il carismatico leader dei «Veri Finlandesi», Timo Soini, proviene proprio dall'esperienza del Partito Rurale e, nonostante l'impegno politico a difesa della «Vera Finlandia», rappresenta egli stesso un tipo insolito di finlandese, essendo di confessione cattolica in un paese a stragrande maggioranza protestante (salvo minoranze ortodosse lascito della dominazione russa).
Assi portanti della linea politica dei «Veri Finlandesi» sono le classiche tematiche di tutte le analoghe formazioni nazional-populiste europee come l'ostilità all'Unione Europea, percepita come un organismo burocratico sovranazionale che drena le risorse delle nazioni per mantenere i debiti degli stati «spreconi» (Irlanda, Grecia o Portogallo), o come l'opposizione all'immigrazione, che destabilizza il sistema del welfare e il profilo etno-culturale dei paesi che la ricevono.
I «Veri Finlandesi» auspicano poi una politica di difesa e di rilancio dell'industria nazionale e un programma di sviluppo delle infrastrutture. Uno dei punti del programma di Perussuomalaiset che più potrebbero sorprendere in un'Europa abituata ad una latente smilitarizzazione è l'insistenza sul rafforzamento delle difese militari del paese, unita ad una persistente contrarietà ad aderire a strutture militari internazionali come la Nato.
Per comprendere una tale volontà di autosufficienza anche nella difesa bisogna ricordare che la Finlandia è un paese fiero della propria indipendenza, conservata grazie ad un'eroica e sanguinosa guerra che nell'inverno del 1939/1940 vide i finnici resistere contro l'assalto delle armate di Stalin, mentre nessuno muoveva in loro aiuto, né le dubbiose democrazie occidentali né la Germania hitleriana, allora legata all'Urss dal patto di amicizia Ribbentropp-Molotov. Il sacrificio di decine di migliaia di giovani finlandesi in quella che fu un'autentica guerra di popolo (non quella imposta da commissari politici o dal terrorismo sulla popolazione!) riuscì a evitare che nel 1939 il paese venisse invaso dall'Armata Rossa, come le tre repubbliche baltiche e la Polonia orientale, rendendo così la Finlandia l'unica nazione a battere Stalin sul campo di battaglia; il paese nordico fra il 1945 e il 1989 certamente visse sotto l'influenza, sopratutto economica, sovietica ma, unica fra le nazioni europee confinanti con l'Urss, conservò la propria indipendenza politica e soprattutto ideologica, non diventando mai una triste «Repubblica Popolare». Quando parliamo di nazionalismo finlandese dovremo anche, oltre alle doverose analisi socio-economiche, pensare alla storia di quel popolo.
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