 Le dimostrazioni contro il regime, nonostante i tentativi del presidente Bashar al-Assad di arginarle, si sono diffuse ormai a macchia d'olio in tutta la Siria. La posizione del governo oscilla su due fronti: da una parte aprendo alle richieste dei cittadini, dall'altra mettendo in atto una dura repressione. Nonostante il feroce annientamento operato dalla polizia, non si placa il clima di tensione instauratosi in Siria, dove la popolazione manifesta da settimane contro il regime. L'uso indiscriminato della forza contro la folla inasprisce il confronto e alimenta le proteste che sembrano estendersi e prendere forza in molte città siriane. I manifestanti chiedono a gran voce più diritti e democrazia. Ma nonostante sia difficile verificare le informazioni, perché le autorità siriane hanno intensificato i divieti per i media internazionali di seguire da vicino le proteste, è comunque trapelata la notizia di una nuova ondata di scontri che ha avuto come epicentro più cruento «Homs». Si tratta di una dell'antica città romana di Emesa, ubicata nell'area settentrionale del Paese, dove è avvenuta un'altra nottata di accesi scontri e violenze che ha scosso nuovamente i suoi cittadini, i quali ieri avevano già assistito ad una drammatica giornata per i funerali di otto manifestanti uccisi durante le mobilitazioni. I nuovi scontri hanno provocato almeno altre quattro vittime e 25 feriti a causa dei colpi di arma da fuoco sparati dalle forze anti-sommossa siriane contro i numerosi manifestanti (circa ventimila) che si erano accampati in piazza al-Saa, nel centro di Homs. Fonti della dissidenza sia in patria sia in esilio, raggiunte telefonicamente, riferiscono che alla repressione hanno partecipato anche le cosiddette «shabbiha», le milizie irregolari agli ordini del regime. Nel pomeriggio il Ministero dell'Interno, parlando agli organi d'informazione delle manifestazioni, le ha definite «una insurrezione armata», indicando proprio Homs come una delle due città in cui «i gruppi armati appartenenti ad organizzazioni salafite» stavano cercando di terrorizzare la popolazione. Da tali affermazioni è scaturita la conseguente decisione dei manifestanti di rimanere in piazza anche la notte e di chiedere le dimissioni del ministro, la scarcerazione di tutti i prigionieri politici e la fine degli arresti arbitrari. La polizia, dai modi sempre più violenti, avrebbe prima invitato i manifestanti, attraverso un megafono, a lasciare la piazza e poi, attorno alle 2,15/2,30, ha aperto il fuoco sulla folla. La maggior parte dei feriti ha evitato però di recarsi in ospedale per paura di essere identificati dalle forze di sicurezza. L'agenzia di stampa ufficiale Sana, nel riferire degli scontri di Homs, parla di un generale dell'esercito siriano, Abdo Khodr al-Tellawi, che sarebbe stato ucciso insieme a due figlioletti e un nipotino e ad altri due militari, lanciando precise accuse, con evidente allusione ai manifestanti, indicando gli artefici quali «bande criminali che bloccano le strade della città e seminano il terrore in tutto il circondario». Il governo, preso atto delle adesioni sempre più numerose dei protestanti e tenuto conto che l'uso del pugno di ferro contro i dimostranti non fa altro che ingigantire l'odio e fomentare nuove ondate di proteste, ha cercato di placare la piazza mettendo in campo misure credibili e varando importanti concessioni. Ne da conferma la tv di Stato siriana con una scritta in sovrimpressione, secondo la quale il nuovo governo ha emesso un decreto legislativo per l'abolizione della Corte suprema della Sicurezza dello Stato, uno degli strumenti di controllo e repressione del dissenso interni previsti dallo stato d'emergenza in vigore dal marzo 1963. Con tale decisione viene cancellato uno degli insormontabili divieti costruiti della dinastia al-Assad, al potere da oltre cinquantenni, e con esso hanno iniziato a scricchiolare le certezze su cui si fonda il regime siriano. Condividi questo articolo      
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