Un milione di persone a Roma, molti altri milioni collegati via tv e radio. Per comprendere l'entusiasmo, la gioia, la commozione di così tanti uomini e donne di fronte alla beatificazione di Giovanni Paolo II, è necessario ricordare che cosa il grande Papa polacco è stato in grado di suscitare nel cuore della Chiesa e dei fedeli di tutto il mondo, il primo miracolo che egli ha compiuto nel corso dei suoi ventisette anni di pontificato. Per fare ciò occorre andare oltre la lettura soltanto politica di un papato che pure ha così influito sulle vicende internazionali del suo tempo, contribuendo in maniera sostanziale al crollo dei regimi comunisti dell'est Europa sul finire del XX secolo. O, meglio, bisogna riportare questo contributo dentro al perimetro della spiritualità dell'uomo Karol Wojtyla, andando al cuore della sua esperienza di fede.
Perché Giovanni Paolo II è stato sì il Papa delle masse, che ha radunato in ogni parte del pianeta, con i suoi viaggi e con il suo lungo pellegrinaggio da un continente all'altro, folle immense ed «oceaniche». Ma ha potuto compiere tutto questo non solo e non tanto grazie alle sue doti personali di eccelso comunicatore, quanto soprattutto in forza della sua immersione quotidiana, totale ed infaticabile, nel mistero di Cristo che lo aveva raggiunto tanti anni prima e che si era - per così dire - impossessato di ogni meandro del suo essere. Prima che un abile annunciatore, Wojtyla è stato cioè un silenzioso mistico, che si è lasciato investire, ha accolto, ha assorbito senza riserve la potenza e la tenerezza della presenza di Gesù nella sua vita. In questo senso, in lui il massimo di attività ha coinciso con il massimo di passività, quella passività che nel linguaggio della mistica è la conditio sine qua non per entrare appieno nel rapporto personale con Cristo.
Un'immagine più di ogni altra ce lo ricorda: l'immagine di lui che, nella sua ultima via crucis, pochi giorni prima della morte, segue il rito del Colosseo dalla sua cappella privata in Vaticano letteralmente aggrappato al legno della croce. Non proferisce parola, non ha più voce per dire alcunché, è piegato dalla malattia e dalla sofferenza. Eppure quei pochi fotogrammi trasmessi dalla tv in mondovisione hanno parlato, parlano più di mille discorsi, più di mille omelie, più di mille trattati teologici. E svelano il senso più profondo del papato di Giovanni Paolo II: testimoniare agli uomini e alle donne del suo tempo che solo abbracciando il Nazareno, accogliendo la sua presenza reale nella storia, dicendo sì al suo infinito amore per la creatura, portando con lui, assieme a lui, grazie a lui il peso delle mille croci quotidiane, di un male e di un dolore altrimenti insormontabile ed insopportabile, è possibile rinascere a vita nuova, collaborare al rinnovamento del mondo, essere segno visibile e tangibile di una speranza che non tradisce, che non delude, che spalanca alla persona le porte dell'eterno, mentre tutte le promesse di felicità e di redenzione costruite dall'uomo prima o poi si rivelano inconsistenti e producono effetti contrari a quelli annunciati.
A tal proposito, nei giorni scorsi certi infaticabili critici di Wojtyla hanno per l'ennesima volta puntato l'indice contro la sua ferma condanna della teologia della liberazione, con l'intento di dimostrare che egli è stato un Papa «conservatore» ostile ai poveri, agli ultimi, agli oppressi. E' vero il contrario: ai poveri, agli ultimi, agli oppressi di tutta la terra Giovanni Paolo II ha offerto ciò che veramente libera e ciò che veramente salva, ricordando che quando il cristianesimo degrada a ideologia, quando viene trattato come ideologia, esso non può mai essere fonte di giustizia, ma soltanto di violenza che si aggiunge ad altra violenza. Coi suoi viaggi in Sud America Wojtyla ha portato a quei popoli la testimonianza che solo Cristo, solo la sua presenza reale nella Chiesa, è la fonte sorgiva della liberazione, della vera libertà, del riscatto e del cambiamento, perché fa entrare la storia dell'uomo, piagata dal male e dall'ingiustizia, dentro la storia del Dio che questo male e questa ingiustizia ha preso su di sé. E questo ha cambiato tutto. Cambia tutto.
Ed è in forza di questo che Papa Giovanni Paolo II ha potuto incidere così profondamente sugli eventi del tempo in cui ha vissuto. Ma - ripetiamolo - tutto ciò è avvenuto non grazie ad una strategia elaborata da lui a tavolino, ad una sua genialità comunicativa, al suo attivismo, bensì grazie all'immersione totale, intima, personale nel rapporto con Cristo, all'adesione appassionata all'amore di Gesù, al sì ridetto ogni giorno nella preghiera e nella contemplazione. Da qui nasceva il carisma di Wojtyla. Ed è qui, infine, il motivo per cui un popolo di Dio uscito smarrito e confuso dai terribili anni Settanta e dal post Concilio ha ritrovato, col mistico Karol, la gioia dell'essere cristiani, l'entusiasmo della fede e l'impeto a testimoniarla dentro la vita ordinaria.
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