 Il regime Assad promette e mantiene: «La nostra priorità è la stabilità nazionale, prima delle riforme», aveva dichiarato il Presidente siriano nel suo discorso al Parlamento, lo scorso mese. Indirettamente, egli aveva preannunciato quanto sta accadendo oggi in varie città della Siria. Dunque, come temevano migliaia di cittadini siriani, il regime ha deciso di utilizzare ancora una volta la mano pesante per soffocare le rivolte: centinaia di morti, coprifuoco per gli uomini, infiltrazioni di agenti tra i movimento studenteschi, ma non solo. Le manifestazioni si stanno estendendo alle principali città siriane, e questa volta sembra che il regime non sia in grado di affrontare la crisi con il solo utilizzo dei servizi di sicurezza. A ciò bisogna aggiungere le dimissioni di alcuni responsabili del partito «Baath» al governo e l’inizio dello spaccamento interno delle Forze Armate, comandate dalla minoranza ‘alawita – a cui appartiene la famiglia Assad – ma formate dalla maggiore comunità confessionale del paese, quella sunnita. Infine, bisogna aggiungere che alle manifestazioni di Damasco, Homs e Banias, si sono aggiunte quelle nelle regioni a maggioranza curda, e anche i cristiani siriani si stanno unendo alla rivolta. Negli ultimi giorni, migliaia di siriani, soprattutto donne e bambini, sono fuggiti dalla Siria diretti nel nord del Libano, per trovare riparo e sfuggire alla violenta repressione messa in atto dal regime. Sul fronte internazionale, l'Unione Europea si prepara a «prendere iniziative» nei confronti della Siria. A tal proposito, gli Stati Uniti, soprattutto negli ultimi giorni, sono stati più chiari: o il regime pone fine alla violenza o sarà soggetto a importanti sanzioni. Per il momento, secondo quanto affermato dal portavoce dell'Alto Rappresentante per la Politica Estera europea, Catherine Ashton, non si esclude alcun tipo di imposizioni di sanzioni contro il regime siriano, sempre e comunque con il consenso dei 27 Stati membri. La crisi siriana ebbe inizio nel febbraio scorso, quando iniziarono a susseguirsi incessanti gli appelli a seguire l’esempio delle altre popolazioni arabe e manifestare contro il regime dittatoriale. Il regime Assad sottovalutò la bomba ad orologeria sociale, che è esplosa nelle ultime settimane. E' bene analizzare anche le peculiarità proprie della rivoluzione siriana, e, a tal proposito, l’elemento etnico-religioso gioca sicuramente un ruolo determinante. Sono i sunniti, che rappresentano circa il 74% della popolazione siriana, insieme a curdi, cristiani e dissidenti laici, i protagonisti della rivolta contro il regime ‘alawita di Assad, che, etnicamente, rappresenta il 15% dei siriani. Il predicatore radicale egiziano Youssef al-Qaradawi, vicino alla Fratellanza Musulmana, ha già esortato la comunità sunnita in Siria a lottare per i suoi diritti e rovesciare il regime. Dal canto suo, il regime siriano vede restringersi giorno dopo giorno le opzioni possibili per uscire da una crisi che in realtà ha già superato il punto di non ritorno e demolito il muro della paura. Numerosi osservatori e analisti internazionali parlano di una «libicizzazione» della crisi siriana, con un Assad asserragliato nella sua Damasco, e pronto a spendere tutti i mezzi a sua disposizione per mantenere in piedi il potere centrale. In secondo luogo, il Presidente siriano può ancora contare sui suoi forti alleati nella regione, principalmente l’Iran e l’Hezbollah libanese. Sono proprio questi due alleati che differenziano il caso siriano da quello libico, rendendo la Siria una minaccia più concreta e reale non solo alla stabilità regionale ma anche alla sicurezza internazionale. Federica Confalone – B.S.K. Condividi questo articolo      
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